04/05/21
giustizia

Vitiello: "Meglio una commissione sul caso Palamara. Unica via: separare le carriere"

Intervista di Enrico Novi, "il Dubbio" , 4 maggio 2021.

«Intendiamoci: una commissione serve. Ma da deputato di maggioranza devo dire che forse la proposta più adeguata, più congrua viene da un gruppo parlamentare d'opposizione, Fratelli d'Italia. L'onorevole Delmastro ritiene che la commissione d'inchiesta sulla magistratura non debba indagare sul generale uso politico del potere giudiziario, ma approfondire in modo specifico i risvolti del cosiddetto caso Palamara. Altrimenti si rischia di non cogliere nel segno, di non stare nel perimetro delle regole e di non rispondere come necessario all'urgenza della situazione». Catello Vitiello è innanzitutto un avvocato da sempre molto impegnato nelle battaglie delle Camere penali, quindi un deputato.

Eletto nel Movimento 5 Stelle, proprio sulla giustizia ha visto consumarsi il distacco dalla forza politica di origine, e ora è uno dei tre rappresentati di Italia Viva nella commissione Giustizia di Montecitorio. Entra senza eccessi polemici nella tensione fra i partiti favorevoli all'organismo parlamentare, da una parte, e dall'altra quelle forze di maggioranza che, pur senza potersi opporre all'iniziativa, nella sostanza la contestano. Un tensione arrivata al culmine nello scorso fine settimana, dopo che i presidenti delle due commissioni interessate, Mario Perantoni della Giustizia e Giuseppe Brescia della Affari costituzionali, entrambi 5s, hanno indicato come relatori due colleghi di centrosinistra (dunque dello schieramento diverso rispetto a quello cui è partita la richiesta di una commissione), ossia Stefano Ceccanti del Pd e Federico Conte di Leu.

Onorevole Vitiello, una commissione che "regoli i conti" sul conflitto fra magistratura e partiti non rischia di mortificare il ruolo del Parlamento, che in fondo dovrebbe dettare il gioco della democrazia più assecondare lo scontro con altri poteri?
Nessun potere può prevaricare gli altri. Vale per tutti: per il Parlamento ma anche per i magistrati. Devo però dire che rispetto alla proposta a prima firma Gelmini, trovo più adeguata la legge istitutiva presentata da Delmastro di Fratelli d'Italia. Innanzitutto per un motivo: le commissioni parlamentari devono indagare su fatti specifici, e Fratelli d'Italia punta opportunamente al caso Palamara, con i suoi risvolti. Se non si obbedisce al criterio, si rischia di essere fuori dal perimetro delle regole.

C'è anche il rischio di confermare una sorta di complesso d'inferiorità della politica verso la magistratura, con una commissione dall'orientamento "vendicativo"?
Che vi siano una soggezione e una mancanza di autonomia del parlamento verso l'ordine giudiziario è ormai un dato storico, incontestabile. Sono anni che si avverte una subordinazione, e che ci si lamenta per la cosiddetta supplenza della magistratura. Ma intanto anche nei lavori preparatori di una legge c'è spesso l'appiattimento sulle pronunce della Cassazione. Non è obbligatorio: il legislatore può anche indicare una strada diversa da quella della Suprema Corte, ma quasi mai lo fa. Negli ultimi tempi c'è voluta la sollecitazione della Consulta perché le Camere si trovassero quasi costrette a legiferare su questioni da cui tendono ad allontanarsi: dal fine vita, su cui per la verità la legge non arriva a differenza delle sentenze, alla droga, al carcere per i giornalisti.

Una commissione, come lei dice, centrata sul caso Palamara potrebbe essere anche l'occasione per un confronto aperto fra partiti e rappresentanti della magistratura, in vista anche di correttivi interni alla crisi dell'ordine giudiziario?
Può esserlo a una condizione: che ci si dica tutto, con franchezza. Non sarebbe sopportabile un atteggiamento elusivo. Serve un accordo fra gentiluomini, e la volontà di non mettere la polvere sotto il tappeto.

E un lavoro del genere potrebbe aiutare la magistratura a superare la crisi?
Ma io credo che in parte un lavoro del genere sia entrato con una certa efficacia nel disegno di legge sul Csm. Parto dall'idea che le correnti non vadano abolite, che non possano essere soppresse, innanzitutto, perché non sarebbe legittimo e soprattutto perché non ci si può sorprendere se anche tra i magistrati si fa, in senso lato, politica. Si fa politica in qualsiasi contesto: è lo stesso motivo per cui non sono favorevole al sorteggio. D'altra parte l'unica riforma ordinamentale davvero efficace credo sarebbe la separazione delle carriere.

Che però nella riforma del Csm non è contemplata, visto che ci vorrebbe una modifica costituzionale.
Non ci sono molte alternative, a mio giudizio. La patologia si crea nel momento in cui una componente, come quella giudicante, si trova a dover temere la forza politica dei requirenti: perde autonomia e, se ci si riflette, quello è il preciso snodo da cui derivano tutte le altre patologie. Sia i malfunzionamenti della giustizia generalmente intesi, sia la degenerazione correntizia, la deriva delle carriere basate sull'appartenenza. Con due ordini separati, con un Csm dei requirenti autonomo da quello dei giudici, rimedieremmo a gran parte dei problemi, compresi quelli che continuano a emergere in queste ore.

Una parte della magistratura considera dannoso l'eccesso di gerarchizzazione degli uffici giudiziari, soprattutto delle Procure: la riforma del 2006, dicono, ha spinto tanti sostituti a occuparsi più di ottenere buone valutazioni dal capo dell'ufficio, che è decisivo, e a fare dunque carriera, piuttosto che a fare giustizia.
È una meccanica che potrebbe effettivamente corrispondere al vero. Ma forse è il minore dei mali. Ripeto: il vero nodo della questione è nel fatto che la mia carriera dipende non tanto dal mio capo, quanto del mio interlocutore dialettico nel processo. La carriera del giudice è nelle mani della componente che in Consiglio Superiore rappresenta i pm: è lì che salta tutto, e che si dovrebbe intervenire. Ma visto che parliamo di un'impegnativa riforma costituzionale, mi piacerebbe se una commissione d'inchiesta sulla magistratura partisse su un accordo per la verità. Un patto. Altrimenti non servirebbe a nulla.