18/04/20
coronavirus

Maria Sandra Telesca: "Stare a casa non diventi una resa"

Il contributo della coordinatrice di Italia Viva Udine su Il Piccolo di Trieste

A distanza di più di un mese dalla misura di lock-down, è lecito chiedersi se questa misura, definita unanimemente dagli esperti come l’unica a disposizione per combattere il virus, non stia diventando letale non solo per il sistema socioeconomico ma anche per la salute delle persone intesa nella sua accezione moderna come benessere fisico, psichico e sociale . Rischiamo di vanificare il valore riconosciuto ai servizi educativi per l’infanzia e c’è il rischio di spazzar via l’enorme lavoro fatto per valorizzare la terza età che, attraverso le politiche dell’invecchiamento attivo, stava portando alla conquista per gli ultrasettantenni di una vita più sana e più attiva . Si stanno creando i presupposti per un peggioramento delle condizioni di salute di pazienti oncologici che si vedono rinviare i controlli e molti non si recano più al pronto soccorso anche con sintomatologie cardiovascolari. L’interruzione delle attività ambulatoriali, degli interventi programmati e degli screening sta incidendo negativamente sulla salute delle persone. Dopo anni di sensibilizzazione sugli stili di vita adeguati e sull’importanza dell’attività fisica per la prevenzione delle malattie, stiamo perseverando con i divieti anche di passeggiare da soli all’aria aperta. Stiamo a casa perché rispettiamo doverosamente le regole ma siamo cittadini non sudditi e vogliamo rassicurazioni sul fatto che non sia una rinuncia a “combattere”. Abbiamo bisogno di sapere quali altre misure si stiano mettendo in campo per un’efficace sorveglianza sul territorio per esempio nei casi di sintomatologie sospette che ora non vengono prese in considerazione. Vorremmo chiarezza sui criteri di utilizzo dei tamponi, ancora diversi da regione a regione e modificatisi dopo le prime settimane e che dire dei test sierologici dichiarati non attendibili ma effettuati da tanti laboratori privati a cittadini e lavoratori di aziende e utilizzati solo da alcune Regioni Vorremmo infine capire dopo quaranta giorni di chiusura, quale sia il profilo e come e perché si stiano verificando nuovi contagi, quale sia il piano per la tracciabilità dei contatti e soprattutto quale organizzazione delle cure primarie si intenda adottare per fronteggiare la malattia prima che si aggravi con la conseguenza dell’ospedalizzazione. Abbiamo bisogno di sentirci dire con chiarezza che si sta lavorando ad un piano di intervento complessivo che porrà rimedio alle carenze di dispositivi di protezione, alle carenze dei laboratori pubblici nell’effettuazione dei tamponi, che definirà come intercettare tempestivamente eventuali focolai e magari intervenga sull’importanza di rinforzare l’organizzazione sul territorio sapendo che la malattia, per ora, non si può sconfiggere ma si può intercettare tempestivamente e che è possibile evitare l’ ospedalizzazione seguendo comunque le persone ammalate. Ne abbiamo bisogno per guardare con più fiducia alle istituzioni e coltivare la speranza di poter ricominciare a vivere con la consapevolezza che sapremo salvaguardare la Salute che altrimenti rischia di peggiorare anche senza contrarre il Covid19