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Borghi: «Serve una soluzione UE, pronti a dire sì all'invio di truppe»

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Intervista a Enrico Borghi per «La Repubblica» del 08-01-2026

di Gabriella Cerami

Giorgia Meloni ha ribadito il suo no all'invio di truppe in Ucraina. II governo italiano sbaglia?

«Siamo a metà strada tra "l'armiamoci e partite" e il "vorrei ma non posso"». Il vicepresidente di Italia Viva, Enrico Borghi, componente del Copasir, definisce la premier «poco credibile».

Paesi europei come la Spagna di Sanchez o la Germania di Merz, ma in parte anche gli Usa di Trump, hanno aperto al contributo militare, perché l'Italia si è dissociata?

«C'è un'intima e profonda contraddizione tra invocare il modello dell'articolo 5 per la difesa dell'Ucraina, e poi tirarsi fuori dicendo che di questo se ne devono occupare altri. Astuzia, scaltrezza o velleitarismo? Quello che è certo è che non si può costruire una politica estera credibile sulla furbizia. Prima o poi i nodi arrivano al pettine».

Italia Viva è a favore dell'invio delle truppe a Kiev?

«Noi crediamo negli Stati Uniti d'Europa, e per questo siamo per un'azione militare unitaria, sotto l'egida di un inviato speciale della Ue per l'Ucraina perché serve il primato della politica e delle istituzioni democratiche quando si parla di eserciti da muovere».

L'Italia si sta isolando?

«Meloni era scettica con i volenterosi perché sognava di essere il ponte sull'Atlantico. Poi si è accorta che l'inviato speciale degli Stati Uniti Witkoff non ha bisogno del centralino di palazzo Chigi per parlare con i leader d'Europa, e oggi non riesce a ritrovare una collocazione nel momento in cui i volenterosi, da lei osteggiati, iniziano a funzionare».

Complice l'atteggiamento della Lega che sta opponendo resistenza?

«Se Meloni proponesse un contributo militare italiano per l'Ucraina, come stanno facendo gli altri partner europei, il governo cadrebbe. La Lega, in piena crisi di identità, non reggerebbe fino a quel punto».

Eppure la premier ha spesso invocato l'unità tra Usa e Europa.

«Al vertice di Parigi siamo arrivati per ultimi, per motivi giustificati, e andati via per primi. Evidentemente perché non avevamo granché da dire. Lo spartito ora viene suonato da altri, e l'escalation di Trump mette fuori gioco i sovranisti europei».

Rischiamo di restare fuori dalla ricostruzione dell'Ucraina?

«A Dio piacendo, un giorno la guerra in Ucraina finirà. E ho l'impressione che a quel punto, qualcuno con grande pragmatismo farà la somma e l'elenco delle cose date e delle azioni fatte. E a quel punto il rischio è che ci offrano di organizzare il catering, mentre altri detteranno legge su infrastrutture, energia e difesa».