24/01/21
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Rosato: “Il Guardasigilli non ci ha mai convinto, ripartiamo insieme con un nuovo patto”

Intervista di Diodato Pirone, Il Messaggero, 24 gennaio 2021

Il coordinatore di Italia Viva Ettore Rosato non si sbilancia ma tiene aperta la porta alla trattativa. A che percentuale dà una ricomposizione con Conte?
«Se prevale la ragione direi cento per cento. Altrimenti non ci spaventa l’opposizione». 

Ma i tempi stringono: la prossima settimana voterete a favore o contro la relazione del ministro Bonafede sulla Giustizia?
«Ascolteremo la relazione. Certo il giudizio non è convincente sull’anno passato, a prescindere da quanto dirà il ministro. Tuttavia attendiamo di capire le idee per il prossimo anno». 

Venerdì scorso i gruppi parlamentari di Italia Viva hanno diffuso un documento che rappresentava una chiara richiesta di apertura di una trattativa con la ex maggioranza. Reazioni? 
«Abbiamo ribadito le cose che diciamo da settimane ovvero che è necessario un patto di legislatura e che non ci sono veti o preclusioni. Un patto che deve servire all’Italia del 2030 e non alla maggioranza». 

Ma sono arrivati segnali?
«A dire la verità nessuno ci ha chiamato». 

E come interpreta questo silenzio? 
«Mi sembra che ci si muova ancora con la logica dell’appello al singolo senatore sperando di arrivare a quota 161. Io spero che prevalga la politica». 

Cosa significa? 
«Politica significa guardare al futuro cercando convergenze. Anche perché la matematica parlamentare l’ha spiegata bene Franceschini quando ha detto che per governare non bastano nemmeno 161 senatori». 

È sicuro che i vostri parlamentari reggeranno alle pressioni per un appoggio al governo? 
«Il documento era firmato da tutti i parlamentari di Italia Viva non a caso. Mi sembra un segnale politico chiarissimo: con l’assedio non vanno da nessuna parte. Puntiamo sui contenuti». 

Contenuti? Non è che state mettendo a rischio il Recovery Plan? 
«Direi il contrario. Intanto la bozza è molto migliorata. Ma poi Io stesso commissario Ue, Paolo Gentiloni, dice che c’è ancora molto lavoro da fare. Piuttosto a fine marzo non ci sarà più il blocco dei licenziamenti quindi occorre pensare subito a ulteriori incentivi alle assunzioni e a un piano di aiuti per le piccole imprese». 

Ma voi di Italia Viva non avete proprio nulla da rimproverarvi per come si stanno mettendo le cose? 
«Quando incontro gente che non si rimprovera nulla penso che non stia tanto bene. Però sono convinto che le ragione del nostro dissenso di questi mesi e le motivazioni che hanno portato alla rottura siano reali e giustificano le nostre decisioni». 

Niente di pretestuoso da parte vostra? 
«Segnalo che dopo le dimissioni delle nostra ministre il governo ha compiuto atti che chiedevamo da tempo». 

Quali? 
«Innanzitutto è stata assegnata la delega ai servizi che sembrava inamovibile. Poi sono stati nominati i commissari sulle grandi opere che valgono oltre 60 miliardi e su cui insistevamo da mesi. Insomma le ragioni contenute nella nostra lettera al Presidente del consiglio non sono strumentali e sono convinto che per molti aspetti siano anche condivise in quella che era la nostra maggioranza. Bisogna avere solo il coraggio di sedersi e condividere un patto». 

Beh, però Renzi ha parlato di vulnus della democrazia. 
«Renzi ha ripreso considerazioni pronunciate da un’autorità come il professor Sabino Cassese, da un’infinità di costituzionalisti e condivise da autorevoli parlamentari del Pd. Anche qui diamo la giusta dimensione alle cose: alcuni eccessi sono giustificabili dalla pandemia e sono stati giustificati da voti in Parlamento anche nostri. Altri si dovevano evitare». 

Quanto incide la contrapposizione personale fra Conte e Renzi?
«Naturalmente conosco più Renzi che Conte e, anche nei momenti più duri, non ho mai percepito che Matteo facesse scelte politiche sulla base di simpatie personali. Voglio pensare la stessa cosa per Conte». 

A Conte avete fatto osservazioni anche sullo stile di governo, una certa propensione al rinvio e all’accentramento. 
«Il metodo conta molto in politica, però dipende tutto da dove si vuole arrivare. Posso assicurare che le nostre ministre non si sono dimesse a cuor leggero non foss’altro perché svolgevano il loro lavoro con passione e profitto. Ma ad un certo punto ha prevalso per noi e per loro la consapevolezza che la fase di stagnazione che il governo stava attraversando fosse insopportabile».