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Renzi: "Salvare l’Italia è possibile, non sprechiamo soldi e tempo"

Intervista di Barbara Jerkov, "il Messaggero", 11 dicembre 2020.

Presidente, glielo chiedo subito visto che è quello che si domandano tutti, a cominciare dal presidente del Consiglio: è vero che Italia Viva alza il tiro sulla cabina di regia per il Recovery ma in realtà è la crisi di questo governo ciò che vuole? In piena pandemia?
«Le rispondo con un famoso proverbio cinese: quando un uomo indica la luna, lo stolto guarda il dito. Io sto indicando la luna: ci sono duecento miliardi di euro che appartengono ai nostri figli, che noi prendiamo in prestito aumentando il debito pubblico e che servono per il futuro dell'Italia. Non accetto che qualcuno voglia spenderli alla chetichella, senza passare dal Parlamento. E non accetto che qualcuno possa esautorare il governo con task force e poteri sostitutivi. Io non lavoro per la crisi di governo, lavoro per evitare la crisi del Paese».

Ricominciamo dall'inizio: lei da giorni non si stanca di ripetere che questa governance per l'utilizzo dei fondi Ue espropria governo e Parlamento. Conte risponde che c'è stato un fraintendimento, che i ministri non saranno espropriati delle decisioni che loro competono. Come stanno le cose e cosa dovrebbe accadere perché Iv rimetta la spada nel fodero?
«Innanzitutto c'è un problema di metodo, poi uno di merito. Il problema di metodo è enorme. Siamo onesti intellettualmente: se questa proposta di governance l'avesse avanzata Silvio Berlusconi oggi ci sarebbero le manifestazioni di piazza e la protesta degli intellettuali. Un enorme girotondo virtuale unirebbe l'Italia e le istituzioni accademiche pullulerebbero di allarmi sulla tenuta democratica. I Dpcm sono una discutibile risposta all'emergenza sanitaria. Inserire la governance del progetto di rilancio del Paese in un emendamento di bilancio che arriva in piena notte ai ministri è inaccettabile. Se per quieto vivere gli altri colleghi parlamentari non hanno il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, è un problema loro. Io, come lei sa, ho molti difetti ma non sono un pavido: questa cosa si chiama scandalo. E lo urlo a pieni polmoni in Parlamento, in tv, sui giornali».

Solo 9 miliardi alla Sanità: non sarà che il governo pensa di usarli alla fine i soldi del Mes solo che non lo può dire? E le altre ripartizioni dei fondi Ue la convincono?
«Giustamente lei introduce il tema del merito. E meno importante, paradossalmente, del metodo. Ma altrettanto assurdo. Mi chiedo e le chiedo: ma si può sapere chi ha deciso che alla Sanità vanno nove miliardi? Leggo il ministro Speranza contrariato perché la cifra è esigua. Dunque neanche il ministro della Salute, direttamente interessato, era informato. Le sembra un modo corretto di procedere? Abbiamo una pandemia in corso e per i prossimi cinque anni aumentiamo in totale la spesa sanitaria di appena nove miliardi? Per darle un riferimento: in tempi "normali" il mio governo ha aumentato la spesa sanitaria di sette miliardi in tre anni. Questa cifra è stata considerata insufficiente e in tanti hanno parlato dei "tagli del passato". Non erano tagli, erano aumenti di due miliardi all'anno. Qui paradossalmente abbiamo un Recovery Fund che aumenta le spese in sanità per meno di due miliardi all'anno. Ovvio che serve il Mes. Come pure non possiamo accettare che sul turismo ci siano solo 3 miliardi di euro. Dico: ma siamo matti? Ma scherziamo? La Germania che certo non è un Paese turistico ne mette 35. Sono valutazioni fatte da persone che non hanno la minima idea di che cosa sia il Paese. Mi piacerebbe che almeno venissero fuori i nomi dei responsabili di questi documenti così geniali».

Italia Viva ha una sua proposta sia nel metodo che nel merito per l'utilizzo dei fondi Ue?
«Eccome, e la presenteremo la prossima settimana. Intanto le posso dire che per quanto riguarda il metodo la governance deve arrivare dopo aver deciso su cosa mettiamo i soldi. Conte è partito alla rovescia, volendo prima dire chi li spenderà e solo dopo per far cosa. Per quanto riguarda le cose da fare, appunto, sanità e turismo sono due dossier per noi assolutamente da valorizzare come non è stato fatto, quanto agli altri temi abbiamo tutta una serie di proposte che stiamo mettendo a punto e annunceremo a breve».

Intanto Conte è a Bruxelles senza il via libera: non ci facciamo l'ennesima figuraccia davanti ai nostri alleati europei?
«II 22 luglio intervenendo in Senato ho chiesto a Conte di venire in Parlamento a parlare di Recovery Fund. Gli ho detto: facciamolo ad agosto. Non è successo nulla ad agosto ma nemmeno a settembre, ottobre, novembre. Se si svegliano una notte alle due e mandano un progetto squinternato la colpa della figuraccia non è di Italia viva, ma del premier e del suo staff: dirlo non è fare polemica, la verità non è mai polemica».

Dica la verità, al di là del merito, a lei Conte non è mai piaciuto granché. Ricordo una sua intervista a questo giornale un anno fa in cui disse "avanti con o senza di lui". Qualunque sia il tema sul tavolo ecco che lei lancia il siluro verso palazzo Chigi: potremmo sintetizzare dicendo che a suo giudizio Conte è "unfit"?
«Ricordo bene quell'intervista ma lei ricorderà anche che non più di quindici giorni fa sono andato due volte a Palazzo Chigi a offrire la mia collaborazione. Ho detto al premier quello che pensavo e mi sono trovato un'intervista con frasi taglienti contro di me, frasi poi smentite dal premier e confermate dal giornalista. Io le cose che devo dirle le dico in faccia. E quando dico ai collaboratori del premier "Smettetela di mandare veline per le quali noi siamo interessati alle poltrone" lo faccio perché conosco la verità. A noi interessa aiutare l'Italia, non prendere un ministro in più. Abbiamo due ministre e un sottosegretario: a differenza di altri Teresa, Elena, Ivan sono pronti a dimettersi domattina e lasciare le tre poltrone. A noi non servono sgabelli o strapuntini: noi siamo quelli che portano le idee, non che chiedono i posti».

Dal Quirinale trapela l'equazione crisi uguale elezioni anticipate. Perché non lo pensa anche lei?
«Il Quirinale è un'istituzione, i quirinalisti sono dei commentatori. Se mai dovessimo arrivare alla crisi si parla con le istituzioni, non con i commentatori. La bussola per il Presidente della Repubblica è la Costituzione. E la Costituzione dice che si verifica se c'è una maggioranza in Parlamento. Spero che non si arrivi a tanto ma se si arrivasse lì, scommetto sulla presenza di un'ampia maggioranza parlamentare. Penso che voteremo per le politiche nel 2023».

C'è qualcosa che vorrebbe dire ai suoi alleati del Pd che, a parte Delrìo in aula, evitano di esporsi ma ormai sul premier e sul pantano in cui si è ficcato il governo la pensano in gran parte come lei?
«La pensano quasi tutti come me e come Delrio. Ma molti non hanno la forza e il coraggio di dirlo. Non mi sembra un problema: continueremo a dirlo io e Graziano. L'importante tuttavia non è che noi continuiamo a dirlo, ma che il premier cominci ad ascoltarci. Lo dico innanzitutto nel suo interesse».

Quando in Senato si è ritrovato applaudito come una rockstar dal centrodestra è stato più compiaciuto o imbarazzato?
«Imbarazzato ovviamente. Ma l'imbarazzo non era per me, quanto per la situazione. Dal presidente Grasso al senatore Zanda non sono soltanto quelli della destra ad aver applaudito, segno evidente che il problema è ben più grande della divisione destra sinistra. Quegli applausi non imbarazzano me ma dovrebbero imbarazzare coloro i quali hanno partorito un progetto così folle».

Le sue ministre hanno fatto sapere di essere pronte a dimettersi. Potrebbe viceversa finire che, dopo una verifica profonda a gennaio, sia lei stesso a entrare nella squadra di governo per rilanciarlo?
«No».