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Renzi: "Letta è più bravo a insegnare politica all'Università che a farla"

Intervista di Laura Tecce, “il Quotidiano del Sud”, 5 settembre 2022.

Riportare Mario Draghi a Palazzo Chigi è l'obiettivo dichiarato, non ha dubbi Matteo Renzi: è una sfida “nelle nostre mani, non nelle mani degli altri”, afferma, perché «l'unica possibilità che Giorgia Meloni non arrivi a Palazzo Chigi è che Azione e Italia Viva facciano un risultato incredibile».

Ci quantifica “buon risultato”? Lei è bravissimo, va detto, a ottimizzare e a realizzare i suoi obiettivi anche con percentuali basse, ma stavolta lei si aspetta che il Terzo Polo sia “la sorpresa” di queste elezioni…
«Secondo me già col 10% al Terzo Polo la politica italiana subirebbe uno scossone imprevisto, è un cambiamento radicale. Quanto alla destra: molti che hanno votato Berlusconi e forza Italia in passato non vogliono consegnare la leadership alla Meloni. I moderati non voteranno la fiamma, vedrà. E allo stesso modo i riformisti che vedono il Pd scivolare verso la sinistra estremista non potranno che votare per noi. Le sorprese arriveranno già il 25 settembre».

Ad oggi il vantaggio pronosticato a favore del centrodestra è molto ampio però. La strategia della polarizzazione messa in atto dal segretario dem produrrà i suoi frutti? Cosa risponde a Letta che afferma che votare lei e Calenda favorirebbe la destra?
«Enrico Letta sta facendo una campagna elettorale imbarazzante. Ha proposto di aumentare le tasse, dice di voler abbracciare l’agenda Draghi alleandosi con Fratoianni e tenendo fuori noi, ora apre persino all’abolizione dei Jet privati. La conduzione di questa campagna elettorale dimostra che Letta è più bravo a insegnare la politica all’università che a farla in campagna elettorale. Ha scelto di andare a braccetto con Di Maio: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Tutto legittimo, ma lasci stare me e Calenda, grazie. È ossessionato da noi, ogni giorno un attacco, noi non rispondiamo al loro rancore con le polemiche».

Ieri il segretario dem si è vantato del fatto che il programma del Pd superi “finalmente” il Jobs Act, dichiarando il Blairismo archiviato. Come risponde?
«Io sono orgoglioso di aver fatto il Jobs Act, che ha creato 1 milione di posti di lavoro. Il nuovo Pd è orgoglioso del reddito di cittadinanza di Conte, Di Maio e Salvini, evidentemente. Dire poi che il blairismo è archiviato è un dato smentito dai fatti: in Francia vince il riformismo di Macron, non l’estremismo di Melenchon. In Germania i socialdemocratici governano con i liberali. Oltreoceano governa Joe Biden, non Bernie Sanders. Enrico è in grande difficoltà, sa di aver sbagliato tutto e continua a farsi guidare dal rancore. Mi dispiace sinceramente per i riformisti rimasti nel Pd».

A dettare l’agenda di queste ultime settimane di campagna elettorale saranno ancora, prevedibilmente, i temi economici. In materia di scostamento di bilancio lei ha già detto che si rimette alla volontà di Draghi ma sulla strategia da mettere in campo quali sono le sue proposte?
«È necessario dare una mano alle famiglie che sono colpite al cuore dall’inflazione. Quando abbiamo avuto responsabilità di governo, il primo atto è stato il sostegno al ceto medio, dagli 80 euro all’abolizione dell’IMU sulla prima casa. E contestualmente occorre passare da una cultura dei sussidi e dell’assistenzialismo che ha nel reddito di cittadinanza il suo perno alla logica degli investimenti come abbiamo fatto con industria 4.0 e JobsAct. In questa fase sarà cruciale spendere bene i soldi del PNRR: chiedere di cambiarlo adesso comporta un alto rischio di regalare ai Paesi del nord Europa un buon alibi per bloccare i fondi destinati all’Italia. Non possiamo scherzare col fuoco».

A proposito di PNRR, Draghi sta premendo sull’acceleratore per centrare gli obiettivi e il ministro Franco ieri al Forum Ambrosetti ha detto che pensare di riscriverlo sarebbe impossibile. Giorgia Meloni però sostiene che, in caso di necessità o emergenza come quella che stiamo attraversando, sia possibile per i governi “rivedere i piani per adeguarli alle priorità che mutano”. Che ne pensa?
«Ovviamente sono del tutto d’accordo con posizione di Draghi e del titolare del Mef, che ha il polso della situazione e sa di quello che parla. La Meloni, peraltro, è l’unica a non aver votato a favore del PNRR a suo tempo. Più che Fratelli d’Italia sembrano cugini d’Ungheria. Il patriottismo che ci serve oggi è il patriottismo dei risultati, non il patriottismo degli slogan».

Domani a Milano aprirà la sua campagna elettorale: dal nucleare al presidenzialismo fino alla necessità di un piano per le infrastrutture, molte delle proposte che lei ha fatto negli anni stanno tornando oggi prepotentemente di attualità. Un precursore?
«Diciamo che io ho sbagliato i tempi delle mie proposte a cominciare da quelle legate alle riforme costituzionali. Ma meglio sbagliare i tempi che sbagliare le idee come hanno fatto gli altri. Per quanto riguarda le infrastrutture, le opere utili al Paese sono da sempre una mia priorità, non importa se siano grandi o meno grandi, il fattore determinate è che ciascuna di esse contribuisca alla rete complessiva di connessione dell’Italia, facendo emergere il ruolo centrale negli scambi con l’Europa. Mercoledì lanceremo, in tutta Italiala giornata per il “Sì” alle infrastrutture necessarie al Paese, e Calenda sarà a Piombino dove spiegherà la necessità e l'urgenza di procedere con l’installazione del rigassificatore per affrancarsi dal gas russo. È ormai una questione di sicurezza nazionale».

Venerdì scorso invece, sempre a Milano, lei e Calenda avete lanciato Renew Europe, un progetto che va oltre la data delle elezioni e oltre i confini internazionali... Ce ne parla?
«La democrazia è in crisi in tutto il mondo: in questo scenario l’Europa deve dare spazio a famiglie politiche che facciano del vecchio continente la culla di un rilancio democratico quanto mai necessario. Renew Europe è una idea del presidente francese Macron che noi in Italia proveremo a declinare insieme a Carlo Calenda e a tanti amici che credono nella politica seria e non nel populismo. La nostra avventura è cominciata con una lista elettorale per riportare draghi a Palazzo Chigi perché pensiamo che Draghi sia meglio di Meloni. Ma va oltre le elezioni del 25 settembre e guarda alle europee del 2024 e in generale all’Europa di domani».

La spaventa l’astensionismo, in particolar modo quello della cosiddetta Generazione Z? Lei, come tutti gli altri leader, è sbarcato nei giorni scorsi nel social preferito dai ragazzi, Tik Tok, si renderà conto che però non basta… Che fare?
«Tik tok è uno strumento per raggiungere i ragazzi ma non è il solo. Ci sono altri social, certo, a cominciare da Instagram. Ma c’è soprattutto il contatto umano, il confronto, la partecipazione. Si raggiungono numeri più bassi, certo, ma esperienze più vere. Lavoriamo da anni coi ragazzi: pensi alle scuole di formazione, rivolte a ragazzi under 30, programmate in questi anni, da Castrocaro al Ciocco, da Ponte di Legno a Ventotene, dove centinaia di ragazzi e ragazze sono stati insieme a discutere, studiare, approfondire. Perché pensiamo che questo Paese abbia bisogno del protagonismo dei più giovani e del loro impegno. E siamo gli unici ad aver fatto qualcosa, dalla 18App - il bonus di 500 euro da spendere in cultura destinato a tutti i neo 18enni, una misura che ho introdotto da premier nel 2015 e che ha dato risultati eccezionali - alla decontribuzione, fino all’assegno unico e universale per i figli introdotto dalla nostra ministra Elena Bonetti».