parlamento

Renzi: «Italia più povera, è il governo dei furbetti. Il centrosinistra si svegli»

Le attività ed i successi che portiamo avanti dipendono dall'impegno di ognuno di noi. Ogni contributo è importante.
dona italiaviva

Intervista a Matteo Renzi per «La Repubblica» del 21-12-2025

di Concetto Vecchio

Matteo Renzi, lei ha detto che il ministro Giorgetti ha perso la faccia. Non sta esagerando?

«No, perché non si è mai visto un ministro dell’Economia che non solo è sotto tutela da parte di palazzo Chigi, ma è sfiduciato dal suo stesso partito, la Lega. Siamo allo scandalo di una legge di bilancio che al 20 dicembre non ha fatto un voto».

Ma non è sempre andata così con le Finanziarie?

«No, solo con Meloni. Con noi al 20 dicembre eravamo alla terza lettura, non al primo voto. Stavolta non si capisce nemmeno quale maxiemendamento del maxiemendamento del maxiemendamento andrà in discussione. Oggi c’è Baglioni al Senato per il concerto di fine anno ma Io me ne andrei dovrebbe cantarla Giorgetti, non Baglioni».

A Giorgetti riconoscono tutti saggia prudenza.

«Talmente prudente che Mario Monti in confronto sembra Che Guevara: siamo tornati all’austerity e alla frase “l’operazione è perfettamente riuscita, il paziente è morto”».

Perché?

«Perché questa è la legge di bilancio meno significativa da vent’anni a questa parte, impatta più o meno per l’un per cento sul Pil».

Ieri sera hanno tolto l’emendamento sul condono edilizio.

«Era l’ultimo regalo di una finanziaria tasse e mancette. Le opposizioni erano pronte all’ostruzionismo. La nostra senatrice, Raffaella Paita, ha chiamato La Russa e l’emendamento è stato derubricato a ordine del giorno. Era uno schiaffo ai cittadini onesti, che rispettano le regole».

Cosa rivela?

«Con la premier Meloni chi rispetta le regole è un fesso. È il trionfo del furbettismo».

Perché la chiama tasse e mancette?

«Non ci sono misure strutturali. La pressione fiscale sale al 42,8 per cento, il rapporto debito-Pil aumenta, non hanno tagliato gli sprechi. Le pensioni minime aumentano di tre euro e lo stipendio di Brunetta al Cnel arriva invece a 240mila euro. E mettono tasse sulle sigarette, il gasolio, i pacchi, i dividendi. E poi non cresciamo».

Lei cosa farebbe?

«Punto primo. Tenere i giovani in Italia. Questa è la priorità. L’anno scorso se ne sono andati in 194mila, il doppio di dieci anni fa».

Sì, ma nel concreto come?

«Alla Leopolda il professor Nannicini ha proposto la start tax, che è finita in un emendamento condiviso da tutto il campo largo. È il tentativo di tenere i giovani in Italia, abbassando l’Irpef sulla base dell’età».

Cosa dice al ceto medio, strangolato dal caro vita?

«Se il costo degli alimentari è cresciuto del 24 per cento negli ultimi quattro anni c’è un problema enorme di stipendi: qui ci giochiamo le elezioni, questa è la classe media che l’altra volta ha votato per Meloni».

Lei stanziò i famosi 80 euro.

«Oggi non basterebbero più. Oggi fai un figlio e scendi sotto la soglia di povertà. La Bernini definisce gli studenti “poveri comunisti”. I comunisti non ci sono, i poveri invece aumentano di un milione e centomila unità. Hanno triplicato i fondi per i servizi segreti ma non hanno migliorato la vita dei cittadini normali».

I sondaggi dicono che Fratelli d’Italia è sempre il primo partito.

«Ma se si confrontano le coalizioni siamo più o meno alla pari. Ce la giochiamo sul filo dei voti, il centrosinistra deve crederci».

Che chance vede per il centrosinistra?

«Molto buone. Dobbiamo giocare in contropiede e attaccarli su tasse e sicurezza. Dobbiamo dire che loro stanno aumentando l’Irap e noi con i nostri governi l’avevamo ridotta. L’altro giorno sono andati in difficoltà quando abbiamo menato sulle questioni concrete: io al Senato, Elly Schlein e Giuseppe Conte alla Camera».

Davvero li vede in difficoltà?

«Sì, balbettano. Tentennano. Infatti sono costretti a fare delle riformulazioni, come sulle pensioni».

A sinistra siete divisi sull’Ucraina.

«Pure a destra, uguale. Ma se riusciamo a stare sulla quotidianità, sul carrello della spesa, vengono fuori le magagne della Meloni. Se invece cediamo alla sua narrazione lei ci porta a spasso».

Cioè, come? Puntando sulla concretezza?

«It’s the economy stupid, è la grande lezione di Bill Clinton».

Meloni vi potrebbe rispondere che non ci sono mai stati così pochi disoccupati dal 2007.

«Si va in pensione più tardi per effetto della Fornero e ci sono meno disoccupati perché i giovani se ne vanno all’estero. Ma le ore di cassa integrazione sono cresciute, persino in Veneto. Perciò io dico al centrosinistra: proponiamo un grande piano industriale che guardi ai prossimi dieci-vent’anni, oltre ai deliri di Adolfo Urso».

Insomma, lei coglie in questa manovra una crepa?

«Non hanno nessuna visione. Tirano a campare. È uno sguardo mediocre, e porterà il Paese al declino e all’inconsistenza dell’Europa. Per noi è una grande opportunità».

Ha detto che voterebbe chiunque vincesse le primarie del campo largo. È cambiato lei. O è cambiato Conte?

«Nessuno dei due. Sul passato rimaniamo divisi. E io sono orgoglioso delle mie battaglie. Ma oggi non si discute del governo Renzi o del governo giallo verde. Oggi al governo c’è Meloni e chi vuole mandarla a casa deve trovare punti di unione, non distinguo».

In Europa però sugli asset russi è passata la linea della premier Meloni. È percepita come una leader?

«Da italiano sono contento della stabilità. E il fatto che Giorgia guidi l’Europa le toglie il più grande alibi. Quando voteremo nel 2027 non potrà dare a Bruxelles la colpa. A Roma come a Bruxelles comanda lei? Bene. Allora giudichiamola sui risultati. Più debito, più tasse, meno produzione industriale, meno salari. Se guardiamo ai risultati la Meloni torna a fare l’unica cosa che le riesce: l’opposizione».