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Renzi: "La guerra è tornata di moda. Giorgia e l'Ue non contano nulla"

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Intervista a Matteo Renzi per «La Stampa» del 04-01-2026

di Federico Capurso

Il leader di Italia Viva ed ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, osserva la crisi venezuelana e saluta, non senza sollievo, la fine del regime di Nicolas Maduro: «È stato un dittatore sanguinario - dice - che ha ucciso i suoi avversari, affamato il suo popolo e ha devastato l'economia di un Paese bello e ricco come il Venezuela. Ricordo che il Venezuela ha più petrolio dell'Arabia Saudita, mentre i venezuelani vivono in estrema povertà».

Come si aspetta che si muova, adesso, il governo italiano?

«Ma cosa vuole che mi aspetti, non toccano palla. Per onestà intellettuale va detto che è in generale l'Europa a non svolgere alcun ruolo, non solo l'Italia. Bruxelles vive di burocrazia e ideologia: in quella città hanno sviluppato una particolare allergia alla politica, figuriamoci alla politica estera».

L'Italia cosa avrebbe potuto fare?

«Avrebbe potuto costruire una relazione speciale con Washington sul Venezuela, vista la forza della nostra comunità a Caracas, ma Tajani non è all'altezza del compito. E il massimo di politica estera che sta facendo Giorgia Meloni è venire bene nelle foto di gruppo. L'Italia di Moro e Andreotti, di Fanfani e Craxi sarebbe stata protagonista. L'Italia di Meloni fa i tweet non dicendo nulla».

E l’Europa che ruolo può assolvere in questo scenario?

«Dovrebbe proporsi per un ruolo attivo, di mediazione in vista delle elezioni e persino di freno rispetto agli affarismi americani che certo ci saranno. L’Europa in Venezuela potrebbe essere protagonista. Ma in queste ore le parole della Commissione europea su Caracas sono il nulla: definirle banali sarebbe già un complimento eccessivo».

Quale posizione si deve prendere sulla legittimità del governo in carica a Caracas e su possibili elezioni?

«L'obiettivo deve essere garantire libere elezioni. Quelle di Maduro non erano elezioni, tutto qui: erano brogli senza pudore».

Trump ha di fatto scaricato il Premio Nobel, Machado e minacciato Cuba e Colombia.

«Trump rilancia sempre. E spesso cambia idea. Quale sia il vero disegno americano sul Venezuela sarà chiaro tra qualche settimana. Ancora è presto. E con Trump è sempre troppo presto. O troppo tardi».

Le accuse di narcotraffico mosse da Washington contro Maduro sono un pretesto?

«Non sono campate in aria ma è evidente che gli americani usano la droga come uno dei pretesti. Sarebbe naif pensare che la questione energetica, a cominciare dal petrolio, e la questione geopolitica, a cominciare dalle alleanze, non abbiano giocato un ruolo».

L'aggressione americana deve portare a una condanna come quella espressa contro Putin per l'invasione dell'Ucraina?

«Sono due cose diverse. Si può e si deve discutere delle modalità usate da Trump. Anche se è giusto ricordare che il caso Noriega con Bush padre, nel 1990, costituisce un precedente. Trump sta distruggendo qualsiasi forma di multilateralismo. E tuttavia, stando al diritto internazionale, è difficile sostenere che la leadership di Maduro fosse giuridicamente solida: le elezioni sono state contestate e molti Paesi non hanno riconosciuto il risultato. Nel caso dell'invasione russa in Ucraina siamo in presenza, invece, di una violazione delle regole di convivenza tra Paesi con una guerra di aggressione che dura da quattro anni».

Ci sono dei rischi di fronte all'apertura di un nuovo fronte in Sud America?

«Non credo che si aprirà un fronte in Sud America. Voglio credere che il Venezuela torni a essere il Paese ricco e bello che è e che merita di essere. E che i ragazzi di Caracas tornino a gustare la libertà. Quello che sogno oggi è che la libertà torni di casa anche a Teheran dove i ragazzi iraniani combattono non contro il caro vita come dice qualcuno ma contro il regime teocratico degli ayatollah. Ecco, se dovessi immaginarmi un regalo dal 2026 è che il prossimo fronte sia quello iraniano, magari non con i metodi spicci di Trump».

L'epoca del diritto internazionale e del multilateralismo si sta chiudendo?

«Purtroppo sì. Ammesso che si sia mai aperto qualcosa di simile. Ne parlavo ieri con mia figlia, che studia giurisprudenza. Quando facevo io legge, trent'anni fa, venivamo da grandi discussioni sulla legittimità delle scelte dei Paesi: l'invasione del Kuwait, la risposta Onu. Il fallimento dei caschi blu a Srebrenica, la vergogna dei Grandi Laghi in Africa, l'intervento della Nato in Serbia. Oggi invece sembra valere solo la legge del più forte. E come dice il mio amico Giuliano da Empoli nel suo ultimo libro: la guerra è tornata di moda. Ma io non dispero che la politica recuperi forza e autorevolezza».

L'attacco al Venezuela rafforza le pretese di Pechino su Taiwan?

«Conosciamo i cinesi. Xi Jinping non è uno che guarda il giorno dopo giorno. Loro pensano in lungo. Hanno già deciso di prendere Taiwan, il problema è come farlo e quando. Ma parliamo di tempi che potrebbero essere lunghissimi. Non credo che Pechino usi Caracas come precedente, ma è vero che la dissoluzione del diritto internazionale toglierà argomenti a chi volesse ostacolare l'operazione cinese. Che poi secondo me i cinesi neanche bombarderanno: si limiteranno a un blocco navale intorno a Taiwan. Ma - biblicamente - non sappiamo né il giorno, né l'ora».