Intervista a Matteo Renzi per «Il Corriere della Sera» del 20-05-2025
di Maria Teresa Meli
Renzi: il voto di giugno? La sinistra sbaglia a dividersi sul passato
ROMA. Matteo Renzi, lei sta attaccando Giorgia Meloni soprattutto sulla politica estera. Eppure in molti sostengono che il profilo internazionale sia quello in cui la premier va meglio. Non le sembra di essere troppo critico?
«No. Al contrario mi sembra che siamo tutti fin troppo generosi con una presidente che usa la politica estera per rilanciare fake news. Aver detto che nel vertice di Tirana si è parlato di invio di truppe sapendo che si trattava di una notizia falsa è molto grave. L'Italia sta perdendo credibilità. Faccio un appello alla premier: basta polemiche, viviamo una stagione geopolitica difficile, mettiamoci al lavoro tutti insieme».
Non ritiene che Macron stia scientemente mettendo in difficoltà la premier?
«Sciocchezze. Il circolo nero intorno alla premier ha bisogno di additare un nemico agli italiani. E hanno scelto Macron solo perché sta antipatico alla premier che gestisce i rapporti internazionali come fossero bizze adolescenziali. Invece mi pare che il nuovo cancelliere tedesco, il popolare Merz, abbia scritto nel programma che l'asse strategico è con Varsavia e Parigi: mai vista l'Italia così umiliata in politica estera. Merz non è un comunista eppure taglia fuori Roma. Nessuno dice nulla?».
Domenica però la premier ha visto von der Leyen e Vance...
«Dai, non scherziamo. Il vertice a margine dell'evento in Vaticano tradisce il nervosismo per essere stata sostituita dalla Polonia al tavolo dei grandi in Europa. Trump parla direttamente con tutti i leader europei, non ha bisogno di un ponte: il presidente americano rompe tutti gli schemi. Parla con gli Houthi, Hamas, i nordcoreani: figuriamoci se ha bisogno di un ponte per parlare con Macron. Si immagina la scena con Trump che per parlare con von der Leyen passa da Roma? Eppure la foto di domenica dopo la messa del Papa è evocativa. Quella foto serve per convincere l'opinione pubblica, ma questo dà il senso dello svilimento della funzione del nostro Paese: Palazzo Chigi non gioca alcun ruolo nelle cancellerie e dunque si accontenta di influenzare le redazioni. La premier si preoccupa di venir bene in foto, non di influire sulle relazioni diplomatiche. Non è una leader, però è fotogenica».
È tornata a parlare con i volenterosi e con Trump...
«E su questo ha fatto bene. Scegliere di non partecipare al treno per Kiev come aveva fatto Draghi e al vertice di Tirana è stato un doppio errore. Tornare sui propri passi è segno che forse ha capito di aver sbagliato. Del resto Meloni deve scegliere se guidare l'Europa o se invece mettersi a capo dei sovranisti. Su questo ieri i populisti hanno ricevuto l'ennesimo stop dagli elettori europei».
Beh, il quadro delle elezioni presidenziali polacche è ancora incerto.
«Quello sì, dobbiamo ancora aspettare il dato del secondo turno. Ma in Romania la vittoria dell'europeista Dan contro Simion è un segno molto pesante. E dire che Simion aveva chiuso la campagna elettorale a Roma facendosi benedire proprio da Giorgia. Credo che l'incantesimo stia svanendo. Più gli elettori vedono i sovranisti all'opera, più votano gli altri. Nell'ultimo mese è accaduto in Canada, in Australia, in Romania. In Italia però il centrosinistra è ancora diviso».
La Cgil di Landini e il Pd di Schlein hanno lanciato un referendum contro il Jobs act.
«Considero un errore politico attaccare il governo Renzi e non il governo Meloni. Intanto perché il Jobs act è un provvedimento scritto da gente cresciuta nel Pci prima e nel Pds poi: Padoan, De Vincenti, Poletti, Bellanova, Nannicini. Io fossi Landini e Schlein mi preoccuperei delle leggi di Lollobrigida e Salvini, non di quelle dei riformisti. Ma al di là di tutto l'errore è dividersi sul passato».
Quindi lei non farà campagna per non litigare con i suoi nuovi alleati?
«Tutt'altro. Sono l'unico che fa campagna per il no. E lo rivendico, difendendo tutte le nostre riforme da Industria 4.o agli 8o euro, dai diritti civili al terzo settore. Ho dato la disponibilità a fare dibattiti con chiunque, a cominciare da Landini. Ma la sfida è il futuro, non il passato. Nel 2024 è cresciuto il debito pubblico, è aumentata la pressione fiscale, abbiamo battuto il record di persone scappate dall'Italia (quasi duecentomila). E la Cgil attacca il governo dei riformisti anziché attaccare Meloni e Salvini? Fatto sta che finché la sinistra è divisa, vince Meloni anche se non è capace di governare. Per questo bisogna smettere di litigare e costruire davvero un'alternativa».
