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Paita: «Un freno ai cyberbulli. Ma il tema è la cultura, dobbiamo cambiarla»

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Intervista a Raffaella Paita per «Il Secolo XIX» del 20-02-2026

di Marco Menduni

«Con un lavoro corale del gruppo di Italia Viva abbiamo messo a punto una proposta di legge che offra, rispetto al fenomeno del cyberbullismo e delle shitstorm, una risposta che vada oltre lo sterile panpenalismo del governo, per agire anche sul piano culturale». Lo spiega Raffaella Paita, capogruppo di Italia Viva al Senato, che ieri ha partecipato all'iniziativa "Stop al cyberbullismo".

Che cosa prevede questa proposta?

«È proprio sullo shitstorm, cioè il fatto che con commenti a catena le persone sono offese non soltanto nella loro dignità, ma nel caso di giovani e giovanissimi possono portare a casi di suicidi, di isolamento, insomma di problemi psicologici gravi».

Possibili interventi?

«Una riflessione sui social deve portare a una riflessione più complessiva sulla loro funzione culturale e sul ruolo educativo. Ci vuole una specifica fattispecie di reato per questa tempesta di insulti che arriva a ferire in modo grave le persone».

Non è una riflessione improvvisata.

«A monte c'è tutto un lavoro, avevamo già fatto una legge sul cyberbullismo, avevo fatto un'altra proposta di legge nella commissione Segre contro l'odio; io ne faccio parte, ho questo grandissimo onore. Riguardava l'alterazione delle immagini delle donne con l'intelligenza artificiale. Poi avevamo interrogato la ministra Roccella dopo i casi di violenza, per esempio l'assassinio di Giulia Cecchettin, su tutto il tema dell'educazione sentimentale e dell'accettazione del rifiuto».

Adesso un nuovo tassello.

«Come Italia Viva lavoriamo con un approccio riflessivo anche sull'utilizzo dei social, un tema che riguarda anche la stampa. Stiamo sentendo direttori di giornali per affrontare un'altra angolazione del problema, le fake news, quella tipologia di notizia alterata e spesso falsa, che ormai diciamo è predominante per quanto riguarda i social».

Che cosa proponete?

«Pensiamo di aprire una riflessione per realizzare una campagna di stampa nelle scuole per una sorta di certificazione della notizia, da parte di esperti, soprattutto giornalisti professionisti, i quali sono garanzia che la fonte da cui arriva la notizia sia attendibile, seria, strutturata».

Un problema dei social: le persone che troppo spesso si nascondono e dietro questo anonimato si sentono in diritto di poter dire qualunque nefandezza...

«Io stessa sono stata vittima di aggressioni pesantissime, all'epoca delle regionali e dell'alluvione, ma anche di recente con accuse e offese gravissime. Le persone devono cominciare a denunciare perché la polizia postale svolge un'opera eccellente, ci sono professionisti di grandissimo livello, li abbiamo anche appunto auditi più volte: fanno un lavoro certosino e spesso attraverso la ricostruzione dei dati profilati in queste identità social, riescono ad arrivare comunque all'autore. L'utilizzo del fake name, del nome falso, è effettivamente un problema reale. Ma questo è un tema che apre tutto un ragionamento di carattere europeo e che riguarda le piattaforme principali del social».

C'è chi dice: certifichiamo l'iscrizione ai social...

«Per esempio nel progetto di cyberbullismo che avevamo presentato c'era anche il tema dell'identificazione digitale, che però è anche un tema di carattere europeo e di rapporto con queste grandi piattaforme di social network».

Come interpreta la posizione del Secolo XIX e del suo direttore? Se una discussione va fuori da ogni controllo con insulti, minacce di morte, offese, si blocca tutto?

«Sì, ormai non possiamo più far finta di nulla, non possiamo considerare questi fatti inevitabili, soprattutto per quanto riguarda i giornali. Sono state dette in questo frangente cose più che sensate. C'è una funzione educativa, storica nell'editoria dei giornali, alla riflessività, all'approccio pacato, al rispetto dell'interlocutore. La puoi pensare in modo differente, ma questo non può comportare l'arrivare all'offesa. È un tema che riguarda tutti, anche la politica, perché anche la politica spesso scende a toni inaccettabili. Io penso che bisogna cominciare a denunciare, a bloccare, a identificare le persone che realizzano questo tipo di attività».