Intervista a Raffaella Paita per «Il Secolo XIX» del 20-06-2026
di Emanuele Rossi
Mentre Donald Trump lanciava la sua pesante battuta contro Giorgia Meloni, un ex premier italiano, Matteo Renzi, era ospite di Barack Obama per l'inaugurazione del suo Presidential center, a Chicago. E con lui c'era la senatrice Raffaella Paita, capogruppo di Italia viva in Senato. Un'occasione per riflettere sull'evoluzione dei rapporti tra le due sponde dell'Atlantico: «Quello che ha detto Trump sulla nostra presidente del Consiglio è terrificante, ma è sempre Trump, non è che sia cambiato da quando Tajani indossava il cappellino "Maga" e Meloni si proponeva come "ponte" con l'Europa».
Senatrice Paita, a quanto pare i rapporti tra la premier e il presidente Usa non si erano molto rasserenati al G7.
«Ovviamente condanniamo l'attacco alla Presidente del consiglio. Ma essere subalterni al mondo Maga non aiuta l'autorevolezza del Paese. Purtroppo abbiamo una classe dirigente che non è in grado di farsi rispettare e questo è ancora più evidente se facciamo il confronto con l'epoca di Obama, di un'America che era esempio di democrazia e coraggio e guardava con positività all'Europa e all'Italia».
Il presidente Usa sarà imprevedibile, ma qualsiasi governo in qualche modo deve farci i conti e trovare un dialogo, no?
«Certo, ma senza subalternità per affinità ideologica. Lo abbiamo visto con i dazi: c'erano ministri del governo Meloni che sostenevano fossero una opportunità. Ci rendiamo conto? Con questa destra ha fallito la politica, ha fallito la diplomazia e pure il sovranismo visto che l'interesse nazionale non è stato tutelato».
Lei, intanto, era a Chicago con Renzi a celebrare Obama. Com'è il clima tra i Dem americani?
«Non era una celebrazione di Obama ma un evento in cui si presentava un progetto che restituisce a una zona difficile come il South side di Chicago occasioni preziose di cultura e sviluppo, un impegno che si sono assunti gli Obama. E dietro c'è un'idea di democrazia e un messaggio che i Democratici stanno ricostruendo un'idea di unità del Paese, un minimo comun denominatore di rispetto: all'inaugurazione c'era anche George W. Bush per esempio: il confronto tra posizioni diverse può essere forte ma sempre nel rispetto. Io penso che alle elezioni di mid term Trump prenderà una scoppola, ma la sfida vera è nel 2028».
Renzi come è stato accolto?
«Matteo Renzi è stato chiamato dal palco, era uno dei due unici ex premier europei presenti, con Angela Merkel. È stato un riconoscimento di autorevolezza e stima ma anche di affetto personale da parte degli Obama. Personalmente, è stata un'esperienza tra le più emozionanti della mia vita politica ed è stata una grande emozione salutare gli ex presidenti Usa e Hillary Clinton che per me continua ad essere un punto di riferimento, una donna dall'intelligenza acuta. E poi ho potuto incontrare mio figlio».
Però nel frattempo Renzi non è stato invitato in trattoria con Conte, Schlein, Bonelli e Fratoianni...
«Guardi, mi è sembrato di un umore buonissimo in questi giorni con Obama, Biden, Clinton e Trudeau. Non è questione di inviti ma di cosa vogliamo fare: vogliamo vincere contro una Meloni che ha i suoi grossi problemi come Vannacci o affrontare il rischio di una destra che si decide da sola il prossimo presidente della Repubblica? Se non vogliamo finire come alle regionali in Liguria abbiamo il dovere di mettere in campo un'alternativa con tutti. E i riformisti devono avere protagonismo: parlare di competitività, di energia, di sicurezza. La cosa migliore è fare le primarie così ognuno può esprimere le proprie idee, e vinca il migliore».
A proposito, Dario Franceschini è tornato a evocare Silvia Salis come "federatrice" del centro. Che ne pensa?
«Silvia sta facendo bene alla guida della città e fa bene alla città la sua proiezione nazionale. Lei con serietà ha detto che si concentra sul suo mandato e non va tirata per la giacchetta. Ma non rinuncio a pensare, come Dario, che una persona con le sue capacità possa svolgere una funzione importante anche in un ruolo di rafforzamento della coalizione. Ma la scelta spetta a lei: a noi piace per il coraggio, per la determinazione ma anche perché è autonoma».
