parlamento

Paita: «Così tutto resterà nelle mani dei leader Primarie, noi pronti»

Le attività ed i successi che portiamo avanti dipendono dall'impegno di ognuno di noi. Ogni contributo è importante.
dona italiaviva

Intervista a Raffaella Paita per «QN» del 28-02-2026

di Enrico Filotico

Per la capogruppo di Italia Viva al Senato, Raffaella Paita, lo "Stabilicum" non è una riforma organica ma una legge elettorale «a metà», nata dall'insicurezza della maggioranza e pensata più per regolare gli equilibri interni al centrodestra che per rafforzare la democrazia. Tra premio di maggioranza alla coalizione, assenza di preferenze e indicazione del premier solo nel programma, Paita accusa il governo di incoerenza e di aver trasformato la legge elettorale in una priorità politica mentre, spiega, il Paese affronta ben altre emergenze economiche e sociali.

Senatrice Paita, tra le novità c'è l'indicazione del Presidente del Consiglio nel programma elettorale. È un modo per Meloni di tutelarsi nel centrodestra?

«Risponderei così: vorrei ma non posso. Sono sempre cose fatte a metà, che sembrano più regolamenti di conti interni al centrodestra che un approccio serio di riforma. Se avesse voluto davvero introdurre l'indicazione del premier, l'avrebbe messa sulla scheda. Se si fosse attivata fino in fondo su questa linea, probabilmente sarebbe saltato il banco. La cosa prevalente che emerge da questa legge è un'altra: è una legge figlia dell'insicurezza di chi teme di perdere le elezioni, si cambia la legge a un anno circa dal voto. Ha criticato l'Italicum in tutti i modi possibili e immaginabili e poi propone una legge che gli assomiglia moltissimo. Ha detto che avrebbe ripristinato il sacrosanto diritto di scelta degli elettori attraverso le preferenze e l'unica cosa che non c'è sono proprio le preferenze. Noi su questo presenteremo un emendamento, vediamo come si comporterà la premier. Ci aspettiamo l'ennesima prova di incoerenza da parte di questo governo».

Tecnicamente, dunque, cosa cambia?

«C'è un premio di maggioranza per la coalizione, non ci sono le preferenze e non c'è una vera indicazione del premier, perché è solo una menzione nel programma elettorale. C'è un proporzionale prevalente. Rispetto a due o tre anni fa cambia soprattutto il clima politico: Meloni è meno spavalda, pensa di poter perdere e prova a cambiare le regole del gioco».

È uno sgarbo istituzionale cambiare la legge a un anno dalle urne?

«La sensazione è quella di una paura crescente che il sentimento degli italiani nei confronti di Meloni stia cambiando. Le priorità del Paese però sono altre. Per l'ennesimo mese abbiamo un calo della produzione industriale. Abbiamo una pressione fiscale al 43 per cento, quando Meloni gridava che avrebbe voluto mettere il tetto in Costituzione al 40. Abbiamo 191 mila giovani che se ne vanno all'estero perché non trovano lavoro e opportunità. Se ci fosse una politica industriale decente e un investimento serio su formazione e scuola, saremmo un Paese in grado di offrire opportunità. Avevano promesso 10 miliardi per un piano cassa che non è mai partito. Avevano promesso interventi sulla sicurezza, ma sulla microcriminalità e sui reati più odiosi c'è un indicatore in crescita. È un governo che ha portato sostanzialmente al collasso l'Ilva. Oggi il ministro Urso trova mille giustificazioni, ma solo pochi mesi fa diceva che era tutto risolto. E ora la priorità sarebbe la legge elettorale?»

La questione Ilva è tornata a fare capolino nel dibattito pubblico.

«Certo. Sono migliaia di posti di lavoro tra Novi Ligure, Genova e Taranto. Si dice che il problema siano i tribunali, ma il ministro aveva annunciato un piano industriale. Dov'è quel piano? L'acciaieria significa una filiera enorme che tocca l'automotive e tanti altri settori».

Perché, secondo lei, Meloni ha evitato di inserire le preferenze?

«Perché le preferenze significano lasciare agli elettori la scelta del gruppo dirigente. Senza preferenze, il controllo resta nelle mani del leader. L'incoerenza è macroscopica: quando era all'opposizione chiedeva le preferenze e diceva che gli italiani avevano diritto di scegliere. Oggi che è al governo vuole conservare il potere e controllare la selezione con logiche di cooptazione».

Per il centrosinistra significa andare verso le primarie?

«Mi pare evidente che con questa legge e se rimarrà così come la vediamo, il centrosinistra debba prepararsi alle primarie, per stabilire attraverso un confronto aperto chi guiderà la coalizione verso la vittoria».

Ci sarà un candidato della Casa Riformista?

«Ne discuteremo. Sicuramente ci sarà una Casa Riformista, un luogo per chi si riconosce in posizioni riformiste e di centro. Senza il centro non si vince. In Liguria, senza il centro, il centrosinistra ha perso. A Genova, con il centro, ha vinto. In Toscana, con un centro forte, si è vinto. In Calabria e in Campania abbiamo comunque ottenuto risultati significativi. Senza il centro non esiste un centrosinistra competitivo. Serve unità e cinque o sei punti programmatici chiari: meno tasse, più sicurezza, giovani che restano in Italia, sanità, casa, politica industriale. Matteo Renzi lo ha detto chiaramente: rafforzare il centrosinistra, dare una gamba stabile di centro e costruire un'alternativa a Meloni per vincere le elezioni».

La segretaria del Pd Elly Schlein ha detto che la legge elettorale serve al centrodestra per prepararsi all'elezione del prossimo Presidente della Repubblica.

«Il centrodestra guarda certamente anche a quella prospettiva. Schlein fa bene a richiamare tutti all'attenzione. Il centrosinistra deve restare unito anche per evitare che il centrodestra abbia i numeri per eleggere da solo il prossimo Presidente della Repubblica. Un'istituzione di equilibrio deve essere interpretata da figure che abbiano come unico obiettivo l'unità del Paese e la capacità di visione, come è accaduto con Sergio Mattarella. Non è l'unico tema, ma è un obiettivo evidente del centrodestra».