Esteri

Migliore: "Quanto è difficile un futuro normale nel Libano dilaniato"

L'intervento su "il Mattino", 17 maggio 2022.

La città di Sour, nome arabo della antica città fenicia di Tiro, ultima grande città del Sud del Libano prima del confine con Israele, si protende in mare impavesata di giallo, con qualche spruzzo di bandiere verdi a segnare il territorio, quello sotto il controllo di Hezbollah, il "Partito (armato) di Dio". La scena che si presenta alla delegazione di osservatori che guido è molto tesa. Ci sono persone arrivate da lontano (perché qui si vota dove si è nati e non dove si risiede) che aspettano da ore davanti al portone della scuola sbarrato. Nei seggi la situazione è caotica, ma si capisce immediatamente che qui, a dispetto del multipartitisrno, esiste solo la lista unitaria giallo-verde di Hezbollah, il partito armato guidato dal leader Nasrallah, e di Amai, il più vecchio partito sciita, che esprime ininterrottamente da trent'anni il presidente del Parlamento Nabih Berri.

Uomini e donne indossano un cappellino o una maglietta gialla, a mo' di divisa ed è con piglio militare che redarguiscono gli scrutatori, qui come a Beirut ovest dove il controllo di Hezbollah è altrettanto ferreo. Uno dei militanti mi chiama in disparte e inizia aggressivamente a tirar fuori tutto l'armamentario retorico dell'indottrinamento acquisito dai quadri del partito: "Perché venite a fare l'osservazione elettorale qui? Perché non la fate nei paesi amici degli americani? Avete un doppio standard" e poi, incalzato dalle mie domande, "la colpa della crisi del Libano è tutta degli americani, di Israele e di Sarkozy" e via farneticando.

Questa conversazione che ripete, confondendo date e situazioni, tutti gli stereotipi della retorica antisemita e anti occidentale, costituisce, a dispetto dell'indubbio sostegno popolare che si è misurato anche in queste elezioni, la base del principale fattore di instabilità nel paese. Hezbollah vince nelle sue roccaforti, che sono anche le parti più povere del paese, sebbene anche per loro il risultato della partecipazione non sia incoraggiante. nonostante la fatwa contro gli astensionisti.

Ma soprattutto perdono i suoi alleati cristiani, di cui il Presidente Aoun è espressione, mettendo in forte dubbio la riproposizione della maggioranza uscente. Intanto, nonostante queste siano le prime elezioni dopo la rivoluzione popolare del 2019, che prometteva di cacciare i corrotti, dopo il Covid e dopo l'immane esplosione del porto di Beirut del 4 agosto 2020, gli elettori non hanno creduto abbastanza nello strumento elettorale, o hanno boicottato apertamente come nel caso del sunniti di Elariri, e la partecipazione si è attestata di nuovo ben al di sotto del 50%, ovvero la identica partecipazione delle contestatissime elezioni del 2018.

Vero è che degli oltre 700 candidati, almeno un terzo sono "indipendenti" dai partiti tradizionali ma. complice l'attribuzione del seggi con un metodo rigidamente legato all'appartenenza religiosa, 64 ai cristiani e 64 ai musulmani con ulteriori suddivisioni tra le varie confessioni (sanniti, sciiti, drusi, cristiani maroniti, ortodossi, ecc.), sarà difficile da capire quale sarà la risposta reale. Il fatto davvero nuovo è costituito dalla grande partecipazione della diaspora e dai giovani, a queste elezioni.

Da qui potrebbero arrivare davvero i segnali più significativi per un reale cambiamento. Cambiamento che qui sarebbe davvero necessario, almeno a giudicare da alcuni dati materiali.

Penso alla crisi finanziaria. che ha portato a una svalutazione della Lira libanese dal 2019 ad oggi impressionante: da 1500 Lire per un dollaro a 27000 nel giro di due armi. Qui non si accettano carte di credito, perché tutto il sistema finanziario è in default, in mezzo alla strada ci sono persone che comprano dollari sventolando mazzette di Lire sempre più svalutate. I negozi del centro sono tutti chiusi, a meno di quelli di super lusso, da Rolex a Hermes, ma ciò non deve stupire poiché è la crisi ha devastato la classe media, ha distrutto quella più povera ma ha arricchito le sempre più esigue élite. Oggi, nella sterminata Beirut in parte distrutta, in larga parte senza servizi essenziali, con una crisi alimentare alle porte, perché i libanesi importano oltre il 90% dei cereali da Russia e Ucraina, con una presenza impressionante di profughi (un milione e mezzo di siriani e trecentomila palestinesi), con una emigrazione sempre più intensa, in particolare di ceti intellettuali, l'ordine del giorno del nuovo Parlamento non potrà che essere la ricerca di una via di uscita dalla crisi, avanzando riforme strutturali e investendo su quel capitale umano, in patria e all'estero, che è davvero l'unica speranza per questo martoriato pezzo di mondo.

"Chi dice di aver capito come funziona il Libano, non ha capito nulla" dice un'italiana molto esperta del Paese. Ha certamente ragione, eppure questo immenso ingranaggio d'orologio che segna sempre la stessa ora, anche per chi non ne ha, come me, una conoscenza profonda, desta una grande amarezza, ma anche mille interrogativi sulla reale capacità di cambiare davvero.