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Migliore: "La presenza mafiosa in questi anni ha subito una profonda trasformazione"

Intervista di Alessandro Cucciolla, "l'Opinione delle Libertà", 27 luglio 2021.

"La presenza mafiosa in questi anni ha subito una profonda trasformazione. A fronte della dura repressione che in questi anni è stata condotta dallo Stato (i detenuti in regime di 41 bis, ovvero prevalentemente i capi mafia, sono oltre 700 e i detenuti in alta sicurezza, per 416 bis, circa diecimila), le mafie hanno riorganizzato attività operativa e insediamenti territoriali". Così l'onorevole Gennaro Migliore che, in quest'intervista a L'Opinione, ha anche detto: "Sostengo la campagna per la grazia ad Ambrogio Crespi, che considero vittima di un clamoroso errore giudiziario".

Onorevole Gennaro Migliore, grazie per aver accettato l'invito a rilasciare questa intervista. Lei è componente della Commissione Antimafia: ci può raccontare che valutazione avete dei fenomeni mafiosi ad oggi dominanti in Italia?
La presenza mafiosa in questi anni ha subito una profonda trasformazione. A fronte della dura repressione che in questi anni è stata condotta dallo Stato (i detenuti in regime di 41 bis, ovvero prevalentemente i capi mafia, sono oltre 700 e i detenuti in alta sicurezza, per 416 bis, circa diecimila), le mafie hanno riorganizzato attività operativa e insediamenti territoriali. La mafia più pericolosa resta la `ndrangheta, grazie anche alla ridotta presenza di pentiti, che controlla gran parte del traffico di droga, anche internazionale. Cosa Nostra, dopo i durissimi colpi assestati ai vertici corleonesi, ha una presenza pericolosa ma meno potente della mafia calabrese. La Camorra campana ha esteso la sua azione in settori economici "legali", mentre nelle aree urbane, in particolare a Napoli, sono stati decapitati i vertici, ma ha generato, come l'Idra, numerose gang anche di minorenni. Il tratto prevalente di queste organizzazioni è la necessità di invadere settori legali per riciclare denaro e imporre il metodo mafioso anche in questi contesti. Nel mentre, però, sono cresciute per dimensione e pericolosità altre organizzazioni mafiose: dalla mafia garganica a quella nigeriana, passando per i clan nelle periferie romane. Tutte segnate dal grande ricorso alla violenza e dal tentativo di diventare egemoni su porzioni del territorio. Fenomeno altrettanto complesso è quello delle infiltrazioni nelle Amministrazioni pubbliche. Per queste azioni si tratta di capire che la maggior parte delle infiltrazioni si verifica nella macchina amministrativa, denotando i limiti della legislazione sullo scioglimento, che si concentra soprattutto sulla parte politica.

Sul tema della Giustizia, lei che opinione ha dell'operato del ministro Marta Cartabia? Crede che una profonda riforma del sistema giudiziario sarà possibile con le forze che appoggiano questo Governo?
La riforma è stata presentata. Ritengo che si possa cambiare ulteriormente per tenersi sempre più distanti dalle leggi liberticide di Alfonso Bonafede. In ogni caso, ritengo indispensabile sostenere questo percorso, eventualmente anche con il voto di fiducia. Non possiamo consentire a un movimento in confusione e, per fortuna, senza leadership adeguata di bloccare un percorso necessario per far rinascere il Paese. Proprio il ministro Cartabia ha indicato la strada per una nuova mobilitazione culturale contro le mafie.

Sarà la cultura della legalità l'arma del futuro?
Lo è stata per la mia generazione, lo sarà anche per le prossime. Io stesso mi sono impegnato in politica fin dalla giovanissima età, dopo lo shock che a 12 anni mi colpì per l`omicidio di Mimmo Beneventano, un giovane medico consigliere comunale del Partito Comunista italiano a Ottaviano, ucciso per ordine di Raffaele Cutolo, o direttamente nel movimento anticamorra dopo l'uccisione di Giancarlo Siani nel 1985. La cultura della legalità oggi è fondamentale in quei territori dove è alta l'evasione scolastica, dove non ci sono spazi aggregativi, soprattutto dove la mancanza di lavoro diventa marginalità, favorendo modelli che propongono disvalori come possibilità di propria affermazione individuale.

Ha voluto portare in Senato il docufilm "Terra Mia" di Ambrogio Crespi, come è stato accolto?
Ricordo quel giorno molto bene. L'attenzione per il lavoro di Ambrogio Crespi è stata molto forte. Del resto, già con "Spes contra Spem" si capiva quanto fosse sentito il dovere civile di combattere il fenomeno mafioso. Anche per questo sostengo la campagna per la grazia ad Ambrogio, che considero vittima di un clamoroso errore giudiziario.

Il 27 luglio parteciperà all'evento organizzato a San Luca in cui sarà proiettato il docufilm "Terra mia" con la regia di Ambrogio Crespi. Quanto è importante questa iniziativa in un paese, definito da molti, il feudo della 'ndrangheta?
Per impegni parlamentari sarà molto complicato per me essere in presenza, ma voglio testimoniare, con questa intervista e via video, la mia vicinanza e il mio rispetto per questa scelta coraggiosa. Quando ero sottosegretario alla Giustizia sono stato in quella città e ho potuto sentire la difficoltà dell'essere lì. Al di là di ogni retorica, perché è certo che ci vivano tante persone oneste, la sensazione è quella di un territorio preso in ostaggio, lasciato nel degrado. La plastica definizione di un territorio dove alcuni criminali sono miliardari, anche se il loro stile di vita è quello dei topi che si nascondono, in mezzo a persone che non riescono ad arrivare alla fine del mese.

La lotta alle mafie in Italia si può vincere? Cosa resta degli insegnamenti del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, di Rocco Chinnici, di Peppino Impastato, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino?
Rimane tutto. Rimane l'urlo di Peppino che dice che "la mafia è una montagna di merda", rimane l'intelligenza e il rigore di Chinnici, Falcone e Borsellino, le cui intuizioni, dal pool antimafia all'uso dei pentiti, sono ancora oggi gli strumenti principali di tanti ottimi magistrati antimafia. Rimangono il coraggio dei tanti uomini in divisa, come il generale dalla Chiesa ma anche come i tanti di cui si ricordano meno i nomi, che hanno servito lo Stato con la loro vita.