24/09/19
Governo

È meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente

«È meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente»

Così riverberavano ieri queste parole in un celebre brano di Neil Young e così attuali suonano oggi sullo scenario della politica italiana.

Alla luce della formazione del cosiddetto “secondo governo Conte”, l’ennesimo di una lunga gestazione che conferma la durata media di ciascun esecutivo italiano pari a nemmeno quattordici mesi su cinque anni di mandato previsti, nessuna innovazione sembra sconvolgere l’abitudinaria storia della nostra Repubblica.

Eppure, da circa quattro anni a questa parte, pare quasi che un qualcosa di originale sia nato. Pare che una nuova e vivida fiamma si stia aggirando attorno all’Italia: quel mutamento degli equilibri politici che, fra le tante, vanta populismo, social network, disinformazione, il passaggio concettuale da “avversario” a “nemico” politico e lo stesso giuridico da “coalizione” a “contratto di governo”, insieme alla triforcazione delle maggiori forze politiche attuali, come principale carburante per questo neonato moto socio-politico.

 

Ma allora chi ce ne rimette le penne? Chi se si escludono persino i cittadini che (in)coscientemente gettano voti e schede elettorali in favore dell’alimentazione di tale fuoco? Chi se non la politica stessa? E non quella nobile degli ideali, o tanto meno quella ancora più attuale e degenerata; bensì la politica in sé, priva di qualità nel suo essere terreno di confronto, di arte o di abilità di scelta del soggetto politico. In definitiva il parlamentare, così come il cittadino, non sembra proprio più sapere che la politica non solo sia fatta di scelte, ma equivalga allo scegliere stesso.

Ognuno, oggi, si affida al caso fortuito che gli aleggia attorno ed il resto, insomma, vada come vada.

In overture, il Movimento 5 Stelle ci ha spesso deliziato con azioni che tutto potevano essere, fuorché vere e proprie deliberazioni politiche. La grande capacità di autodefinirsi non un partito, ma un movimento (il cui contrario è per definizione “stabilità” che una scelta talvolta richiede) e la sua collocazione, assente sia a destra che a sinistra, ma forse presente in qualche universo parallelo, lasciano al M5S la medaglia d’oro alla capacità di sostituire la scelta con la convenienza politica.

Su questa scia si trova, o meglio si  trovava, ancora l’abilità di ricavare i propri principi politici non attivamente all’interno del movimento stesso, ma in via passivo-negativa ovvero solo per mezzo di un’opposizione con i valori di tutti gli ulteriori partiti.

 

Detto altrimenti, “tutto ciò che voi ripudiate, proprio perché lo ripudiate, diventa il nostro punto di forza” e così sommariamente “a voi il sistema, a noi l’antisistema”. Infine, la campagna inaugurata a suon di “vaffa”, “Renzi e Boschi”, “le banche”, fino ad arrivare ai tanto recenti quanto già dimenticati “partiti di Bibbiano”, è solo l’ultimo banale esempio di un moVimento molto compatto verso l’interesse per la convenienza.

In questo panorama, Conte resta forse il solo che, persino non prendendo posizione, ha osato scegliere. La sua funzione embrionale era, di fatto, quella del mediatore. Pare dunque logico che fin quando ci sia stato da conciliare fra Di Maio e Salvini, il Premier – proprio scegliendo di non scegliere – abbia scelto l’astensione, il tecnicismo e la sospensione del giudizio. Con l’appicco della crisi di governo è, però, venuta meno la necessità di mediare, laddove è potuta subentrare quindi la scelta di scegliere che è andata declinandosi dal discorso rivolto a Salvini fino al nuovo incarico di governo Conte.

Anche a Salvini si può ancora riconoscere il merito di avere perlomeno provato, con la rottura del contratto di governo solo da lui voluta, a prendere una decisione. Peccato solo che sia stata quella sbagliata. Al di là della roulette fatta in alternanza da “mozione di sfiducia”, “ritiro della mozione”, “voto subito”, “porte aperte ai 5S”, “Salvini Premier” prima e “Di Maio Premier” dopo, il Capitano ha decisamente schierato male sua la flotta finendo poi, arrembando la rotta per Palazzo Chigi, quasi per annegare.

Tuttavia, il problema principale per l’ex Viminale si situa proprio nel rapporto con i suoi supporter. In questo senso, una volta commesso l'errore, lo si ben nasconde ai propri elettori come massiccia negazione ed infamia nei confronti della democrazia: la “responsabilità del Capitano” viene presto insabbiata dalla “colpa del sistema”. Insomma, la scelta che valeva come scelta per il politico prima, diventa oraoltraggio democratico al politico e al cittadino stesso, al quale  - per l’ennesima volta- la scelta stessa viene occultata e riportata a contingenza dell’altro.

 

Necessario è dunque chiarire brevemente che non andare al voto dopo 14 mesi non è né illegale, né antidemocratico, né ingiusto. Non è illegale poiché la consultazione di eventuali nuove forze di maggioranza in Parlamento è prevista dalla Costituzione. Non è antidemocratico perché il parere del cittadino non va solo richiesto, ma anche preservato: se un cittadino sa che recandosi alle urne il suo ha una validità di cinque anni, ci si aspetta che il suo voto abbia tutti i diritti di, almeno teoricamente, poter valere per questi cinque anni. Altrimenti far cambiare periodicamente governo al cittadino è come far cambiare facoltà ad uno studente universitario ogni anno e mezzo.

Bello, interessante e ultrademocratico, ma quando arriva la laurea se si ha bisogno di risultati? Non è inoltre ingiusto, poiché in una struttura repubblicana, parlamentare e democratica come quella italiana di morale o amorale non ci si può aspettare troppo, perlomeno non da chi bacia il rosario in una mano e twitta per lasciare vite umane annegare in mare nell’altra. Di fatto, se il governo è caduto e non si è andati al voto, è unicamente responsabilità di una scelta di Matteo Salvini (ovvero la prima sconfitta dopo 14 mesi quasi impeccabili dal punto di vista dei consensi fatta) passare come colpa dei “no”, di Grillo, di Renzi, della democrazie ecc.

 

Infine, il PD è il terzo grande protagonista di questo assenteismo deliberativo politico. Quattordici mesi fa il no radicale a Grillo, oggi il sì lampante. Cosa è insorto all’interno del partito in questi repenti cambiamenti? Nulla che già non fosse presente in passato, ovvero divisioni e scartoffie. Cosa è allora insorto al di fuori del PD? Tutto con una  Lega volata oltre il 30% nei sondaggi e un consenso dem che rimane dimezzato dai tempi di Renzi.

Così da una scelta di non fare persino opposizione (spesso flaccida e di poca scorza), si è subito finiti ad una paradossale non scelta (perché sembra che loro manco lo abbiano voluto fino in fondo), di governare in maggioranza per cercare di risollevare le sorti del prima del partito e poi del paese. Ma se non fosse stata dettata da circostanze esterne, ci sarebbe stato davvero qualcosa di pienamente politico nella campagna del PD post elezioni? In questa recente parentesi, è davvero difficile scrivere qualcosa di questa formazione che, se in quattordici mesi non ha mai scelto, è proprio perché a malapena pare esser esistita.

 

Alla luce di un M5s che fa finta di scegliere, una Lega che sceglie di occultare le proprie scelte e un PD che non sceglie, sembra che l’attuale governo sia stato scelto dai cittadini, il cui voto del 4 marzo 2018 tutt’ora risulta valido, ma non propriamente dalle forze parlamentari in gioco.

 E pare ovvio che questa attuale politica fatta di sole contingenze non possa nemmeno essere classificata come la peggiore delle politiche. Essa pertiene più al puro fato, alla fortuna o alla mera casualità dell’andazzo che tira. Sarebbe quasi ora di riportare la scelta politica al grado di necessità che le spetta e la contingenza, sacrosanta nel suo parziale adattamento a cui la politica deve necessariamente e non solamente ricorrere, al ruolo di circostanza che meglio incarna.

 

Per fare politica, non servono unicamente puntate d’azzardo o bluff verso Palazzo Chigi, consensi, sondaggi o poltrone. Altrimenti, è preferibile un all in poiché, se tanto come i giocatori di scarsa esperienza quali state dimostrando di essere andate sempre più oltre al vostro ultimo peggiore risultato, “è meglio bruciare in fretta piuttosto che spegnersi lentamente”.

In caso alternativo, siate statisti, idealisti, opportunisti, qualunquisti o qualsiasi altro “isti”, ma siate almeno capaci di scegliere attivamente perché, se con il vento delle sole contingenze il vostro fuoco si gonfia, con esso l’Italia e la sua politica si dissolvono sempre più verso il largo.

 

di Giorgio Cuconato