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Marco Di Maio: "Velocità. Questa deve essere la parola chiave del 2021"

La nota del parlamentare Iv, 11 gennaio 2021.

Velocità. Questa deve essere la parola chiave del 2021. Soprattutto per la politica e le istituzioni. Perché non si possono continuare a rimandare le scelte strategiche per il futuro del nostro Paese e perché cittadini e imprese hanno bisogno di rapidità nelle risposte.

La pandemia sta provocando non solo la più grave crisi sanitaria di cui si abbia memoria, ma anche una pesantissima crisi economica, sociale e culturale che richiede coraggio, visione e, ribadisco, velocità. Questo è il cuore della questione politica che stiamo ponendo da settimane, anzi da mesi, al Governo.

A fine luglio abbiamo proposto al Governo, alla maggioranza che lo sostiene e al parlamento tutto, di svolgere in agosto una sessione di lavori parlamentari dedicata SOLO alla discussione sui progetti a cui indirizzare i tanti fondi europei a cui l'Italia ha e potrebbe avere accesso: il Recovery fund, il Sure, gli altri programmi di aiuti e investimenti e anche il MES. Complessivamente si parla di quasi 300 miliardi di euro: una cifra MAI vista prima.

Ci hanno riso in faccia perché abbiamo proposto di farlo in agosto, mese tradizionalmente legato alle vacanze. Va bene: ma negli altri mesi, salvo un generico documento di indirizzo elaborato dalle commissioni parlamentari, non si è fatto nulla. Chi è irresponsabile? Chi chiede di discutere nel concreto per tempo progetti strategici per il futuro del Paese o chi prende e perde tempo salvo poi criticare chi vuole vederci chiaro? i è arrivati a ridosso del Natale, quando con un emendamento notturno in legge di bilancio la Presidenza del Consiglio ha cercato di istituire una cabina di regia con 300 nuovi "esperti" e 6 super-tecnici che avrebbero avuto poteri sostitutivi persino dei ministri. Chi è irresponsabile? Chi cerca di esautorare parlamento e governo o chi fa notare il problema e si batte per risolverlo, garantendo una discussione pubblica e una decisione largamente condivisa dei progetti da finanziare?

Evitato il blitz, abbiamo chiesto di vedere il programma con cui si volevano spendere questi soldi. A fatica ci è stato dato un documento di 130 pagine, sgrammaticato, con voci generiche ma almeno col pregio di mettere delle cifre accanto a dei titoli. "Bisogna fare presto, entro dicembre deve andare in consiglio dei ministri". E allora volentieri abbiamo lavorato a Natale e Santo Stefano per elaborare delle osservazioni: ne abbiamo individuate 62, le abbiamo messe nere su bianco e consegnate al titolare del dossier, il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. Chi è irresponsabile? Chi scrive alla rinfusa il documento più importante della legislatura con cifre e progetti generici senza rendere espliciti dettagli o chi cerca di migliorare un piano che condizionerà il futuro dei nostri figli e nipoti?

A seguito delle nostre osservazioni si sono svolte delle riunioni nelle quali si è capito che molti di coloro che ne parlavano, il Recovery plan non lo avevano neppure letto: tra questi anche autorevoli ministri. Chi è irresponsabile? Chi fa osservazioni e critiche costruttive o chi approva un piano da 210 miliardi senza leggerlo?

L'ultima riunione che si è svolta sul tema si è basata su un documento non più di 130 pagine, ma su 13 paginette che sono risultate ancor più generiche delle 130 pagine iniziali. Abbiamo chiesto, quindi, di poter vedere il documento integrale sul quale si era basato il confronto e su cui si erano fatto le richieste di osservazione. A questa richiesta ci è stato detto che vogliamo perdere tempo e si è fatto uscire sui media che la priorità di Italia Viva è realizzare il Ponte sullo Stretto di Messina e per questo si starebbe bloccando l'approvazione del Recovery plan. Palesemente falso. Ma a parte questo, ancora stiamo aspettando che il documento integrale ci venga inviato. Chi è irresponsabile? Chi lavora con tanta superficialità da non essere in grado - avendo alle spalle centinaia di dirigenti, funzionari, consulenti e task force - di produrre un documento integrale e comprensibile su come l'Italia intende spendere le risorse europee, o chi pretende chiarezza, trasparenza e più soldi per sanità, cultura/turismo, sostegno alle imprese?

E poi il MES: l'Italia avrebbe accesso a 36 miliardi di euro di prestiti SENZA CONDIZIONALITA' per investirli sulla sanità. Soldi che avremmo subito a disposizione. Si dice, dichiarando il falso, che accettarli significherebbe rinunciare alla propria sovranità o altre baggianate del genere: non è così, si tratta di una linea di credito che non pone alcuna condizione. A differenza di altre, come lo stesso Recovery Fund per il quale oggi il parlamento europeo voterà un regolamento in cui si specifica che i fondi europei verranno tolti se il paese non rispetterà le regole fiscali Ue. Chi è irresponsabile? Chi chiede si ostina a rifiutare i soldi per la nostra sanità o chi chiede di prendere quelle risorse?

Potrei andare avanti per centinaia, migliaia di righe parlando di tanti altri temi che abbiamo posto e che non riguardano solo il Recovery plan: pensiamo alla gestione dell'emergenza con Dpcm e decreti contradditori che disorientano le persone e rendono difficile persino rispettare le regole; ai "ristori" che vanno a rilento ed escludono alcune categorie; al fallimento della ulteriore chiusura delle scuole. Salvo la virtuosa e isolata parentesi della campagna di vaccinazione - su cui va dato atto che dopo un inizio balbettante si è innescata la marcia giusta - sono tantissime questioni aperte.

Potrei citare l'inquietante tentativo di porre sotto il diretto comando della Presidenza del Consiglio tutto il sistema dei servizi segreti con una "Fondazione" che sarebbe dovuta nascere con un anonimo emendamento. Oppure il fatto che al momento non c'è una idea su come affrontare l'emergenza sociale che rischiamo di vivere in primavera, quando (a marzo) terminerà il blocco dei licenziamenti e inizieranno ad allentarsi i sussidi. O ancora una politica economica basata più sull'assistenzialismo che sugli investimenti e la produzione di lavoro; o ancora sull'approccio giustizialista e forcaiolo di molti interventi sul campo della Giustizia. Il sistema dell'educazione, divenuto l'ultima ruota del carro eppure è il principale motore del Paese.

Non sono considerazioni mie: basta confrontarsi con lavoratori di ogni settore, studenti, imprenditori, associazioni, commercianti, artigiani, mondo dello sport e della formazione, terzo settore. E' uno sforzo che faccio quotidianamente. So bene che non è facile governare in questo momento, ma proprio per tale ragione servirebbe un cambio di passo e una maggior capacità di ascolto, di analisi e di compiere scelte coraggiose, condividendone le responsabilità. Può succedere di sbagliare, ma occorre riconoscerlo e correggere il tiro: non serve a nulla negarlo e ripetersi che si è migliori del mondo.

Il punto è che non si può confondere la stabilità con l'immobilismo. Abbiamo votato tutti i provvedimenti dell'attuale Governo, anche quelli che non ci convincevano per niente. Ora chiediamo che non si continui a rimanere fermi: che ci sia un cambio di ritmo, che si corra, che si vada veloci e che si stia alla sostanza dei problemi e non a lisciare il pelo dell'opinione pubblica per costruire consenso.

Arriverà il momento in cui ci si dovrà misurare con il consenso, ma non è questo. Questo è il tempo delle scelte che servono al presente e al futuro dell'Italia, non della ricerca della popolarità. Ci sono momenti in cui la politica ha il dovere di prendere delle decisioni, anche sgradite, ma che si ritengono giuste per la propria comunità: e questo è uno di quei momenti.

"Siete pazzi a voler portare l'Italia al voto in questo momento" oppure "volete consegnare il Governo alla destra", dicono e scrivono in molti. In tanti lo fanno usando la tecnica dell'insulto e della denigrazione personale: a questi non ho niente da dire e del resto da quando ho iniziato a far politica non mi sono mai abbassato a questo livello di discussione. A tutti gli altri, invece, dico che queste accuse sono false: non vogliamo portare il Paese al voto, non vogliamo portare Salvini e la Meloni al Governo, non vogliamo il caos.

Vogliamo un'Italia che vada più veloce, che stia al passo con i bisogni delle persone e delle imprese, che abbia una squadra di governo autorevole ed efficace, che colga tutte le opportunità che arrivano dall'Europa, che consideri la scuola una priorità e non l'ultima istituzione da riaprire, magari anche dopo discoteche, pub e sale da gioco. Che dia regole chiare e non interpretabili; che sappia coniugare la tutela della sicurezza con quella della nostra economia; che discuta del contenuto delle scelte e non della simpatia di chi fa le proposte. E si può fare senza chiedere elezioni o consegnare il governo alla destra, come leggo e sento denunciare da chi vuole sottrarsi al confronto.

So che dire queste cose e lavorare per questo obiettivo implica risultare impopolari per una fetta di opinione pubblica (grazie anche a una parte del sistema dell'informazione che accetta di farsi istruire dal portavoce del presidente, Rocco Casalino, anziché lavorare in proprio). E del resto se avessi voluto coltivare un facile consenso o vivere con comodità il mio mandato, senza dover fare battaglie politiche e doverle spiegarle a viso aperto, avrei fatto altre scelte in passato. Preferisco l'impopolarità alla complicità con scelte che reputo dannose per l'Italia; preferisco rischiare la critica al rimorso di non averci neppure provato; preferisco la vivacità del confronto all'immobilismo della paura di chi teme l'impopolarità. Così stanno le cose. La politica non è fatta solo di comunicazione: è studio, approfondimento, servizio, relazioni. La stragrande parte del lavoro che si fa e delle cose di cui ci si occupa non emergono. Ci sono i social e poi c'è tutto il resto: che è molto di più. Ora torno al lavoro, come sempre, per dare risposte concrete e occuparmi delle tante questioni che riguardano il mio territorio e il Paese.