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Marattin: "Vi spiego la riforma fiscale. Italia Viva si batte contro i due populismi"

Intervista di Cristiano Bendin, "il Resto del Carlino", 28 dicembre 2021.

A poco meno di un anno dall'inizio dei lavori delle Commissioni parlamentari, prende forma la riforma fiscale. L'emendamento alla Legge di Bilancio presentato dal Governo conferma l'accordo trovato dalle forze di maggioranza con il decisivo apporto della Commissione Finanze della Camera presieduta dal ferarrese Luigi Marattin (IV).

Rispondendo a una domanda, il presidente Draghi ha chiarito che "i principali beneficiari della riforma fiscale sono i lavoratori e i pensionati a reddito medio basso": può spiegare come e in che modo?
«Il 95% delle risorse destinate alla riforma Irpef va a lavoratori dipendenti e pensionati - risponde Luigi Marattin - e cerca di aiutare un po' di più chi è stato escluso dagli interventi degli ultimi dieci anni e chi ha figli. Tra riforma Irpef, decontribuzione e assegno unico, un lavoratore dipendente che ora guadagna dai 1.800 a 2.300 netti al mese, pagherà meno tasse per una cifra annua che varia da quasi 1.000 a quasi 3.000 euro l'anno, a seconda se ha un figlio o due. C'è stato chi ha provato a far credere agli italiani che con 2.000 euro al mese si è ricchi. Ma lo può pensare solo chi non è mai uscito dal proprio comodo pensatoio».

Cosa si prevede di nuovo sul fronte dell'evasione fiscale?
«Qualche giorno fa sono stati pubblicati i dati più recenti. Dal 2014 al 2019 l'evasione è diminuita di 10 miliardi, più del 9%. E non è avvenuto grazie alle chiacchiere e ai lamenti sterili, ma grazie alla parziale digitalizzazione del fisco: fatturazione elettronica, trasmissione telematica dei corrispettivi, incrocio banche dati; provvedimenti messi in campo da Renzi nella scorsa legislatura. Dobbiamo proseguire su questo percorso: estendere la fatturazione elettronica, far decollare la pre-compilata Iva, potenziare l'anagrafe dei rapporti finanziari. E poi riformare la riscossione, che deve passare dalla logica della forma a quella del risultato».

Si tratta di una riforma strutturale, destinata a durare, o di una serie di aggiustamenti?
«Il nostro fisco non ha bisogno di aggiustamenti, ma di una riforma radicale. È quella la prospettiva che abbiamo costruito per sei mesi in Commissione Finanze - col documento conclusivo del 30 giugno - ed è quello il progetto che il governo Draghi ha interamente ripreso nella legge delega di ottobre. Il fisco italiano è vecchio, pesante, iniquo e inefficiente. Il lavoro che abbiamo fatto finora, con lo sforzo di tutte le forze di maggioranza, disegna un sistema diverso, figlio di questo secolo e non di quello precedente. Quando siamo partiti, un anno fa, nessuno ci credeva. Invece tra pochi giorni il "primo tempo" della riforma è operativo: 8 miliardi di riduzione delle tasse per tutti. Nel 2022, con la legge delega che proprio a gennaio approveremo in Commissione alla Camera, faremo il "secondo tempo"».

Sul fronte dell'Irpef, lei ha sempre sostenuto la necessità di alleggerire e semplificare passando ad un sistema a sole tre aliquote: siamo sulla strada giusta?
«Intanto dal 1 gennaio scendiamo da 5 a 4, rafforziamo le detrazioni, allarghiamo la no tax area e correggiamo i difetti strutturali più importanti dell'Irpef. Nel "secondo tempo", con la delega fiscale, proveremo a ridurre ancora le aliquote, semplificare le centinaia di spese fiscali che "sporcano" la trasparenza dell'imposta e rendere più agevole il modo in cui gli autonomi la versano. L'obiettivo è avere un'imposta che non abbia, come ora, un manuale di istruzioni di 341 pagine. Perché così non si va più da nessuna parte».

L'Irap, lei sostiene, "è un'imposta che ha fatto il suo tempo": sarà finalmente superata? E Come?
«Dal 1 gennaio la aboliamo per 835.000 ditte individuali, autonomi, professionisti. Più del 40% del totale dei contribuenti Irap. Nel "secondo tempo" la aboliremo anche per le società di persone, recuperando il miliardo e mezzo che serve dal più che probabile miglioramento dei dati sull'evasione. E la elimineremo anche per le società di capitale, compensandola però con un'Ires molto semplificata: almeno avranno un'imposta in meno. Ma un paese che vuol tornare a crescere non può tenersi un'imposta come l'Irap, che ti tassa per il solo fatto di accumulare lavoro e capitale».

Sul fronte politico, nonostante abbia dimostrato di saper fare politica, Italia Viva continua a non godere di "buona stampa" e i sondaggi non sono esaltanti: secondo lei come si spiega questa discrasia?
«Noi siamo gente che dice quello che pensa, e che non ha paura a fare le battaglie a viso aperto. Non sono due caratteristiche che in Italia portano simpatia, ma almeno portano risultati di cui poi beneficiano tutti. Se ora abbiamo Draghi e Figliuolo al posto di Conte e Arcuri, se c'è la Cartabia al posto di Bonafede, è merito solo di Renzi e del coraggio che ebbe un anno fa. Così come se si inizia a ridurre le tasse sul serio. Se poi questi risultati non ci vengono riconosciuti nei sondaggi, pazienza. Vedremo alle elezioni, dove il popolo ha sempre ragione per definizione. Ma l'importante è aver fatto il bene del Paese. lo sono orgoglioso di quello che abbiamo fatto, e mi fa andare a letto contento la sera».

La sinistra vi accusa di essere pronti ad un'alleanza con la destra: come si colloca il futuro di Italia Viva anche alla luce delle dichiarazioni di Renzi alla Leopolda?
«L'obiettivo di Italia Viva è chiaro: evitare che alle prossime elezioni gli italiani siano costretti a scegliere tra il populismo di Salvini e Meloni da una parte e quello di Landini dall'altra. Vogliamo costruire un'offerta politica liberal-democratica che chiuda definitivamente la lunghissima stagione populista (iniziata ben prima dell'arrivo del M5S) e che gradualmente ma con decisione porti alla modernizzazione che i conservatori - dovunque si collochino - rifiutano da decenni, tentando di difendere le proprie rendite di posizione. Ci guida l'idea di una società liberale dove tutti abbiano le stesse opportunità ma dove si premi il merito; dove la transizione ideologica non sia il populismo à-là Greta, ma accompagnamento al necessario cambiamento. Dove la globalizzazione non sia una minaccia, ma lo strumento per allargare le opportunità e stimolarci a far meglio».

Dopo aver contribuito fattivamente all'approvazione di questa riforma, come vede Luigi Marattin il suo futuro politico sulla scena nazionale?
«Quasi tutti della conferenza stampa di fine anno di Draghi si sono concentrati sulle sue frasi sul Quirinale. lo invece ho notato quando ha detto che ognuno dovrebbe occuparsi di fare al meglio il proprio dovere nel presente, senza preoccuparsi del proprio futuro personale. È quello che ho sempre fatto, fin da quando mi occupavo di Ferrara e del suo enorme debito pubblico. Ed è quello che continuerò a fare, qualsiasi cosa faccia nella vita».