parlamento fisco

Marattin: "Sul Catasto un accordo è possibile. Nessuna stangata fiscale"

Intervista di Antonio Satta, "Verità & Affari", 12 aprile 2022.

Alla vigilia dell'incontro tra i rappresentanti del centrodestra e il presidente Draghi sulla questione spinosa del Catasto a che punto è il lavoro di mediazione? Si rischia la crisi?
«In commissione, sia il relatore (il sottoscritto) che il governo hanno condotto numerose mediazioni, tutte andate a buon fine - spiega Luigi Marattin, esponente di Italia Viva, presidente della Commissione Finanze della Camera - Ma sul catasto la questione è binaria: c'è chi vuole la mappatura dei valori di mercato (senza fini fiscali), e chi non la vuole. Difficile trovare una mediazione se le posizioni in campo sono definite così. Ciononostante, io non solo spero non si rischi la crisi, ma spero ancora di recuperare l'impianto della riforma fiscale. Alla quale in Commissione finanze abbiamo lavorato per un anno e mezzo, e con tutt'altro clima rispetto a quello visto negli ultimi giorni».

Alla luce delle tensioni che si sono scatenate, non è stata una forzatura introdurre nella delega una questione così controversa come quella del Catasto?
«Nel documento conclusivo di sei mesi di lavoro parlamentare, il 30 giugno scorso, all'ultimo istante avevamo scelto di non inserire accenni alla vicenda, e di lasciare il tema al governo. Il quale poi, nel consiglio dei ministri del 5 ottobre, ha scelto - come mediazione tra chi voleva una riforma subito e chi no - di non inserire nessuna riforma del catasto, ma solo una fotografia propedeutica a comprendere meglio gli effetti distributivi di una eventuale futura riforma, qualora un futuro governo ritenesse rilevanti porsi la domanda. E lo ha fatto con il voto favorevole di Forza Italia e l'astensione dei ministri della Lega».

Se lo scopo di questa norma è solo quello di fotografare la realtà per dare al governo le informazioni utili a decidere in futuro la politica fiscale, non bastava una verifica interna dell'agenzia delle entrate, senza dover varare addirittura una legge?
«Come dicevo, la soluzione trovata in consiglio dei ministri il 5 ottobre era una mediazione. Tra chi voleva subito una riforma a invarianza di gettito (alzando quindi la base imponibile ma diminuendo corrispondentemente l'aliquota, in modo da mantenere invariato il gettito aggregato) e chi no. La mediazione è stata prevedere solo la ricognizione dei valori di mercato, ma specificando nel modo più chiaro possibile che essa non possa avere alcun tipo di effetto sul modo in cui gli italiani pagano le imposte immobiliari. In modo da dare la possibilità al futuro governo di verificare gli effetti distributivi di una eventuale riforma a invarianza di gettito».

È vero che, come ha spiegato lei più volte, il comma 2, lettera a, dell'articolo 6 della delega esclude che la rivalutazione dei valori catastali possa avere una conseguenza fiscale, ma ci si può fidare che non sia comunque questo lo sbocco, visto che già oggi il diritto all'assegno unico, che ha preso il posto degli assegni familiari, si calcola in base all'Isee e non in base allo stipendio come era prima? E nell'Isee la casa pesa, eccome.
«La formulazione del comma 2 - che lei ha ricordato e la ringrazio per averlo fatto - nelle sue ultime parole ("né, comunque, per finalità fiscali") include ovviamente anche gli effetti sull'Isee. Quindi la ricognizione non modificherà in nessun modo l'accesso ai servizi che avviene tramite la presentazione della dichiarazione Isee. Nei numerosi tentativi di mediazione delle scorse settimane ci siamo anche offerti di specificarlo esplicitamente in norma, anche se come ricordavo non è necessario».

A proposito di Isee, gli immobili, escluso la prima casa, sono già tartassati, che senso ha vincolare tutti i sostegni al reddito all'Isee? Viviamo in un uno Stato dove oltre due terzi degli immobili sono di proprietà e quindi anche chi campa con stipendi molto bassi può avere ricevuto in eredità una casa, magari al paese dei genitori, e per l'Isee basta questo per perdere i requisiti, ma poi lo stipendio da fame resta comunque tale. Non ci sono anche questi costi sociali tra gli elementi da calcolare quando si discute una riforma?
«L'Isee serve a calcolare non solo il reddito di una famiglia, ma anche il patrimonio, che per definizione è composto dal patrimonio mobiliare (la ricchezza in attività finanziarie) e immobiliare (quella in immobili). L'idea è che nel decidere l'accesso - o la priorità di assegnazione - ai servizi sociali occorra considerare non solo se una persona ha un reddito basso, ma anche se non è ricco. Difendo questo concetto, ma mai in vita mia mi sono rifiutato di ascoltare proposte concrete in merito a miglioramenti della disciplina».

Sugli affitti concordati si paga un'aliquota del 10% che ha funzionato benissimo, facendo emergere il tantissimo nero che c'era prima e di conseguenza anche aumentare il gettito. Adesso si parla del 15% e persino del 26,5%. Non si corre il rischio di buttare tutto il bene fatto e tornare all'economia sommersa?
«Non si parla di nessuna cifra. Solo del concerto che i rendimenti che derivano dall'impiego del capitale vanno trattati fiscalmente in modo più uniforme, altrimenti lo Stato distorce la libera scelta dei risparmiatori sull'impiego dei loro risparmi, che dovrebbe essere guidata solo dal rendimento che il mercato offre, e non dal diverso trattamento che il fisco - nella sua sbagliata voglia di Grande Indirizzatore dell'Economia - mette in atto. La formulazione in legge delega si limita a stabilire che sui rendimenti del capitale vi saranno due aliquote: una ordinaria, e una ridotta. Invece di sottolineare (e festeggiare) che questa scelta significa introdurre la cedolare secca sugli immobili commerciali (e su tutti quelli a uso diverso da quello abitativo) - una richiesta storica del mondo immobiliare - si è preferito spargere terrore sul fatto che l'aliquota ridotta sarà drammaticamente superiore al 10%.... cosa che nessuno ha mai detto».

Si è arrivati addirittura a parlare di voto di fiducia, ma è possibile che un governo chieda un voto di fiducia su una legge delega? Si tratta già di un atto in cui il parlamento trasferisce al governo il potere legislativo, limitandosi a stabilire solo i confini entro cui muoversi, a questo punto dare una fiducia in bianco non sarebbe eccessivo? E già che ci siamo, le chiedo anche come possa, secondo lei, un governo d'emergenza, intervenire su un tema così politico come la riforma del catasto. Non dovremmo aspettare che ci sia un governo politico, che su un tema del genere abbia già chiesto un mandato agli elettori?
«Sulla prima domanda: già in passato ci sono state questioni di fiducia su leggi delega (penso ad esempio al Jobs Act), ma sul punto voglio essere molto chiaro: la responsabilità su se apporre o meno la fiducia sui provvedimenti è esclusivamente del governo, e di nessun altro. Io pertanto preferisco non esprimermi. Esprimo solo quello che ho già detto: spero si trovi una soluzione che non butti a mare tutto quello che di buono c'è nell'accordo, dalla cedolare secca sugli immobili commerciali all'abolizione dell'IRAP, dall'allargamento del regime forfettario al cambiamento delle sanzioni tributarie. E vengo alla seconda domanda. Sul catasto, come ho già abbondantemente detto, non interviene neanche questo governo. Interverrà, se vorrà, il governo del 2026. Che a differenza di quello attuale (e di tutti quelli dal 1988 in poi) potrà fare quel ragionamento non sulla base del migliore slogan da campagna elettorale, ma sulla base dei dati di chi ci guadagnerebbe e chi perderebbe. Se tale analisi desse risultati insoddisfacenti, la fotografia verrebbe buttata via. Di tutti gli argomenti, infatti, quello che capisco meno è quello che dice che "è la pistola carica per poter sparare", cioè per procedere alla revisione delle rendite. Ma per aumentare le rendite catastali non c'è bisogno di nessuna fotografia preventiva, un governo e un parlamento possono farlo in qualsiasi momento: lo dimostrò Monti, che nel 2012 in pochi secondi aumentò - con una manovra sciagurata - del 60% i valori catastali. In questo modo acuì le distorsioni e le iniquità, invece di sanarle. Nessuna "pistola carica" quindi, ma solo la voglia di prendere le decisioni pubbliche sulla base dei dati e non sull'emotività».