09/09/20
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Marattin: “Ferrara non sa fare sistema. La Giunta Fabbri? Immagine e zero visione”

Intervista di Cristiano Bendin, "il Resto del Carlino", 9 settembre 2020.

Partiamo da Ferrara: l'impressione è che su un tema come la Camera di commercio - al di là delle responsabilità del mondo economico, diviso da lotte intestine e non proprio all'altezza delle sfide poste - non vi sia stato alcun gioco di squadra tra i numerosi parlamentari ferraresi, lei compreso, come auspicato dal nostro giornale. Sbaglio?
«A Ferrara - risponde Luigi Marattin, deputato di 'Italia Viva' e presidente della VI Commissione (Finanze) della Camera - i politici hanno tradizionalmente sempre preferito il gioco individuale a quello di squadra, con risultati dubbi. Ho visto ad esempio che una senatrice ha presentato e fatto approvare un emendamento salvo poi accorgersi che riguardava tutti tranne Ferrara. lo da par mio, come avevo annunciato, ho interloquito col Ministro Patuanelli e ho verificato la ferma intenzione del governo e della maggioranza di non invertire i processi di accorpamento. Do la mia disponibilità a lavorare per un accorpamento più utile al territorio ferrarese - magari stavolta leggendo bene gli emendamenti che si presentano - ma non per una battaglia isolazionista che giudico utile magari per qualcuno ma non per l'interesse generale di Ferrara».

Resta il tema di una città scarsamente supportata politicamente: mi viene in mente il caso dei cospicui finanziamenti alle città d'arte, dai quali Ferrara è rimasta esclusa, nonostante la forza del ministro Franceschini nel governo Conte 2. Perché?
«Se si riferisce ai contributi per le città turistiche previste dal DL Agosto, il ministro Franceschini ha previsto che vadano ai negozi delle città in cui la presenza di turisti stranieri è superiore di almeno 3 volte al numero dei residenti. Il motivo è piuttosto semplice: concentrare le risorse (per evitare di disperderle in mille rivoli) la' dove la crisi-Covid - interrompendo il flusso turistico straniero - ha fatto più male».

È sbagliato supporre che non ci sia la volontà politica di aiutare la Giunta leghista?
«lo preferisco farmi un'altra domanda: perché Ferrara - che è tra le città più belle d'Italia - non riesca ad avere un flusso turistico straniero paragonabile a quello di città che rispecchiano quel parametro (Urbino, Ravenna, Bergamo, Lucca) e che quindi accederanno a quei fondi? Una politica che guardi al futuro si dovrebbe porre come obiettivo quello di fare sistema per arrivare entro cinque anni almeno a quegli stessi livelli».

Andando nel concreto, è caduta nel vuoto la sua condivisibile proposta di inserire Ferrara tra le aree di crisi industriale complesse: adesso lei è presidente della Commissione Finanze: crede sia possibile fare un passo in avanti in questo senso?
«Anche lì bisognava far sistema, e spingere quella proposta tutti insieme, indipendentemente da chi l'aveva ideata. Ma mi dissero che - nonostante fosse una buona idea - molti preferivano non investirci per evitare di farmi pubblicità. A Ferrara all'epoca eravamo messi così, che le devo dire. La prossima volta, se lei è d'accordo, le farò pervenire segretamente un'idea, e la lancerà lei. Così evitiamo problemi. Però, mi raccomando, prima si assicuri di essere sufficientemente simpatico, e che nessuno la veda come un potenziale concorrente per qualche posizione».

Quale giudizio formula sull'operato della giunta Fabbri? Quali le debolezze e quali, se vi sono, i punti forti?
«Il punto debole mi pare una certa confusione strategica, come dimostra la recente vicenda delle tentate esternalizzazioni. Non vedo nella giunta attuale - che pur ha debuttato un anno fa con un capitale politico molto alto - la capacità di dire "ecco come voglio Ferrara tra 5 anni, ecco quello che vi chiedo per arrivarci, ecco il nostro piano concreto. Il punto forte è una indubbia capacità comunicativa. Sono riusciti a far credere che la Gad sia improvvisamente diventata un cantone svizzero, e fanno passare come successo strategico aver pulito l'interno di una fontana».

Lasciando i temi locali: lei sta proponendo una seria riforma fiscale (articolata su smaltimento delle cartelle esattoriali giacenti e voluntary disclosure sul contante): ce ne può illustrare a grandi linee i cardini? Crede sia finalmente fattibile?
«lo vorrei un fisco semplice: 8000 euro di deduzione per tutti (16.000 se hai il coniuge a carico), solo tre-quattro tax expenditures (e non le 720 attuali), tre aliquote. E l'assegno unico per i figli che riassuma tutto l'attuale complicatissimo (e iniquo) sistema di supporto alla famiglia. E poi un fisco per gli autonomi che mandi in soffitta il sistema degli acconti e dei saldi: oggi una partita Iva deve spesso indebitarsi per pagare le tasse su un reddito che ancora non ha. Il tutto riducendo sostanzialmente il carico fiscale: un paese con i nostri livelli di tassazione sul lavoro non potrà mai tornare a crescere davvero. Sulla fattibilità non so risponderle, data l'endemica precarietà politica. Le posso solo dire che noi di Italia Viva ci batteremo ogni giorno per questo obiettivo».

L'Italia è in grado di cogliere la sfida europea del Recovery Fund? Non si rischierà di disperdere quei finanziamenti in mille rivoli, bonus e finanziamenti a pioggia?
«È il rischio più grande. Mi ha colpito molto la frase proprio di Franceschini, quando fu approvato il Recovery Fund: "per la prima volta dopo 30 anni si può tornare a spendere". Come se fossimo tornati ai fasti (per qualcuno) della Prima Repubblica, dove il consenso politico si comprava con la spesa pubblica. Per me invece questa opportunità deve essere usata per facilitare tutte quelle riforme che da 30 anni non facciamo: dal funzionamento dei mercati alla digitalizzazione, dal sistema formativo alla giustizia, dal welfare ai trasporti».