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Marattin: "Ecco i due obiettivi imprescindibili da perseguire nella partita Telecom"

L'intervento pubblicato da "MF - Milano Finanza", 8 dicembre 2021.

Quando si è occupata d'investimenti esteri, situazioni di grandi realtà aziendali o servizi di pubblico interesse, la politica ha sempre mostrato una forte tendenza a privilegiare l'utilizzo dello slogan demagogico rispetto al ragionamento di prospettiva. Tendenza massimizzata quando ci si occupa di temi che racchiudono tutti e tre gli elementi di cui sopra, come Tim. Si possono avanzare alcune considerazioni, senza pretese d'esaustività o sentenze inappellabili, data tra l'altro la fluidità della situazione.

La prima è una banale constatazione. Davvero non si comprende come si possa urlare «oddio, arriva lo straniero!» parlando di un gruppo il cui 65% del capitale è da tempo in mano estere, e in cui il primo socio è francese. Ci si dovrebbe anzi rallegrare che a esprimere un interesse per Tim non sia stato uno dei fondi speculativi che si aggirano per il globo cercando valore effimero da estrarre a beneficio dei propri azionisti, ma invece uno dei più solidi e affidabili fondi d'investimento al mondo. Se si ha davvero a cuore il futuro di Tim, bisognerebbe almeno esordire ogni ragionamento con la speranza che questa sia finalmente la volta buona in cui l'azienda trovi un po' di pace, dopo decenni turbolenti dal punto di vista della governance che ne hanno compromesso la capacità di continuare in maniera stabile e duratura il processo di creazione di valore, in un settore cruciale per lo sviluppo del paese.

La seconda considerazione riguarda assetto di mercato, regolamentazione e tutela della concorrenza. Non credo esista nessuno, al momento, in grado di stabilire quale sia l'assetto proprietario ottimale della rete. Una semplice occhiata alle esperienze internazionali ci dimostra non solo l'estrema varietà di soluzioni presenti, ma anche la loro fragilità: ad esempio, le pochissime esperienze di rete interamente pubblica, come in Australia, stanno tornando sui propri passi, alla ricerca di nuovi modelli. Il problema è complesso e intreccia vari piani: dall'innovazione digitale alla scala minima efficiente, dal nodo della regolamentazione d'accesso all'effettiva possibilità di concorrenza infrastrutturale.

Occorre procedere con cautela, con in mente solo due obiettivi: garantire parità d'accesso a tutti gli operatori che vogliono offrire servizi usando l'infrastruttura di rete e affinare l'assetto della regolamentazione pubblica in materia.

Come spesso accade, in Italia più che voli pindarici dovremmo concentrarci nel far bene poche cose. Stupendoci del fatto che bastino.

Terza e ultima considerazione: l'aspetto occupazionale. Le tlc stanno subendo il lato negativo dell'innovazione tecnologica, diventando settore un po' meno labour-intensive rispetto all'epoca dei grandi monopoli pubblici. Che l'offerta di Kkr vada in porto o meno, questo tema dovrà essere affrontato. La speranza è che lo si faccia proteggendo in maniera sicura, rapida ed efficace i lavoratori, e non semplicemente i posti di lavoro.