26/09/19
Leopolda

La Leopolda balla da sola

Italia viva è partita e, con lei, la raffica di critiche e avvertimenti. Eppure questo epilogo era prevedibile, e anziché criticare forse sarebbe più utile cercare di capire.

L’incomprensibile stupore

Fra le tante reazioni che leggo e ascolto da quando Matteo Renzi ha finalmente annunciato la formazione di un nuovo partito, forse quella che capisco meno è lo stupore.

Uno stupore che si palesa non solo fra chi resta nel PD e tra i tanti che, per diversi e forse legittimi motivi, Renzi non l’hanno mai amato, ma anche fra alcuni degli abituali frequentatori della Leopolda e dei suoi (ex) sostenitori.

Eppure, questa iniziativa (che non voglio chiamare scissione, perché sono convinta che non sarà solo questo) era nell’aria da tempo, per quanto a volte tatticamente negata.

E d’altronde chi mai, appartenendo a un partito, annuncerebbe in anticipo di volersene andare? È verità di senso comune che chi minaccia di andarsene è meno credibile di chi, dopo tanti tentativi di conciliazione, alla fine, se ne va davvero.

È così nella vita, non potrebbe essere diverso nella politica.

 

Uno spin-off annunciato

Alla Leopolda di un anno fa, con arguzia e senso dell’umorismo, l’economista e giornalista Carnevale Maffè ci invitava a ballare da soli, e il suo invito (che condivido qui perché merita di essere riascoltato per intero), esprimeva un grande inno alla modernità e al pragmatismo, che ora spero avrà qualche chance di realizzazione.

 

La nuova formazione che mi aspetto, e che voglio contribuire a costruire, si preannuncia infatti in linea con i desiderata di Maffè. Un partito che parte dalla ampia base popolare dei comitati di azione civile, ma che si coordina ed esprime nel digitale e che usa e userà i dati non per profilare le persone, ma quale strumento di conoscenza della realtà e di partecipazione reale.

Già ora i comitati sono tutti recensiti su una piattaforma che, a regime, offrirà strumenti di mobilitazione civile, sia locale che nazionale. E la prima grande iniziativa nazionale in cui ci siamo cimentati è proprio all’insegna della democrazia partecipativa.

La raccolta firme a sostegno della legge di iniziativa popolare sullo ius culturae, che ci impegnerà fino a ottobre, vuole incidere concretamente sulla vita dei tanti ragazzi che si formano nelle nostre scuole e che vogliamo contribuiscano al nostro futuro, creando consenso con e fra i cittadini.

Partire dai dati e dai cittadini è, a pensarci bene, l’essenza del riformismo. Perché significa partire dalla realtà per risolvere i problemi reali senza pregiudizi e senza farsi intrappolare in schemi ideologici spesso superati. Che si parli di diritti, lavoro, ambiente o giustizia, usare i dati di realtà e mobilitare le persone ci aiuterà a tenere i piedi ben piantati per terra, con un pragmatismo che manca all’offerta politica attuale.

 

Contenuti, ma con sentimento

Non so quanto intenzionalmente, Matteo Renzi ha deciso di chiamare la nuova formazione Italia viva, un nome che fa sicuramente storcere il naso a molti di noi, abituati alla formalità della politica e ad usare le parole per esprimere concetti razionali.

“Italia viva esprime un auspicio, un’emozione”, mi ha contestato un’amica (renziana). È vero, ma non è forse utile – e, per la sinistra, rivoluzionario ‑ che sia così? I concetti sono importanti, ma i sentimenti sono quelle cose che si imprimono nella nostra memoria e ci fanno amare (o detestare) le cose e le persone. Comunicare sé stessi tramite l’emozione mi sembra bello, diverso e tutto sommato molto femminile. Una femminilità che manca nella vita pubblica attuale.

 

Un partito finalizzato all’azione di governo

La storia di Matteo Renzi e di molti suoi compagni di viaggio ci ha abituato a una visione di partito insofferente alle dinamiche interne e funzionale alla concreta azione di governo. Questa visione si riflette nella genesi di Italia viva che nasce da un gruppo parlamentare (e non da una struttura gerarchica esterna) e ambisce ad accogliere amministratori locali e sindaci.

Riusciremo ad essere un partito in cui la dirigenza cerca legittimazione più nel consenso degli elettori che non nelle dinamiche interne? Che si concentra sui compiti essenziali di mobilitare il consenso e formare classe dirigente,  piuttosto che sulla composizione degli scontri fra correnti?

Anche in questo caso, la strada deve essere segnata e dovremo dimostrare di sapere innovare rispetto al passato. L’esperienza della scuola di politica Meritare l’Italia di questa estate e degli stessi comitati, ci fa ben sperare.

 

Coraggio, entusiasmo, rispetto

Fra le tante parole usate da Renzi per annunciare questa nuova avventura, quelle che trovo più significative sono tre: coraggio, entusiasmo, rispetto.

Certo, mi piace l’idea di un partito giovane e (pragmaticamente) femminista. Ma coraggio ed entusiasmo hanno sempre un posto particolare nel mio cuore, perché sono entrambi fondamentali per superare le interminabili frustrazioni che costellano la vita di chi vuole incidere sulla realtà con la politica.

Il concetto di rispetto è però la vera “innovazione” necessaria per uscire dal tunnel dell’antipolitica. Abbiamo bisogno di un partito che non deroghi mai al principio del rispetto degli avversari, ma che allo stesso tempo non abbia paura di criticare nel merito le idee altrui. Si può “essere d’accordo di non essere d’accordo”, senza per questo demonizzarsi.

Ci serve un partito che non rinneghi la politica e contrasti l’antipolitica, senza adottarne le storture terminologiche e ideali. Che bandisca dal suo linguaggio termini come inciucio e poltrone, e rivaluti l’idea della politica come compromesso, mediazione, impegno.

Un partito infine con il coraggio di fare i conti con l’ambizione e la leadership, e che non abbia paura di essere ‑ appunto ‑ non un “partito personale”, ma un “partito con un leader”.

Un leader pro tempore. La sfida, se vogliamo, è tutta lì.

 

di Raffaella Rojatti