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Giachetti: "Per le riforme ci interessa il risultato, non l'ideologia"

Intervista di Federico Novella, "la Verità", 12 luglio 2021.

Roberto Giachetti, lei che ha un lungo passato radicale e oggi milita in Italia Viva sta ora cercando di convincere il suo partito ad abbracciare i referendum sulla giustizia. Ce la farà?
«Su questi temi combatto da trent'anni. L'Europa continua a condannare l'Italia, dove la presunzione di innocenza prevista dalla Costituzione non esiste. Nei nostri tribunali troppo spesso continui a essere colpevole fino a prova contraria. Sulla giustizia serve una rivoluzione culturale, e i referendum sarebbero un grande passo avanti. Per questo mi auguro che il mio partito decida per il sì: la custodia cautelare, la separazione delle carriere, l'abolizione della legge Severino sono tutte battaglie per cui siamo già scesi in piazza in passato. Sostenerle alle urne dovrebbe essere naturale».

E allora perché il Pd parla di schiaffo al Parlamento?
«Sono rimasto a bocca aperta quando ho sentito il segretario di un partito che si chiama "democratico" parlare del referendum come un modo per "spedire la palla in calcio d'angolo". Dovrebbero intestarsi una battaglia per il cambiamento: invece si arroccano. Ricordiamoci che quella del referendum è la seconda scheda elettorale in mano all'elettore. La politica non deve mettersi di traverso rispetto a questi diritti democratici, come quando tradì la scelta popolare sulla responsabilità civile dei magistrati. Bisognerà vigilare, ma per il me il quorum ci sarà».

Ma non rischia di fare un favore a Matteo Salvini, sul referendum?
«A me interessa il risultato. La Lega era quella del cappio. Se oggi Salvini sulla giustizia si allinea sulle mie posizioni, io non è che gli apro le porte: gliele spalanco...».

Non sarebbe stato meglio affrontare questi temi nelle aule parlamentari?
«E come? Nella maggioranza è scoppiata una guerra mondiale per la riforma Cartabia, che è solo una riforma parziale. Figuriamoci cosa può succedere con la separazione delle carriere...».

Ecco, parliamo della riforma Cartabia. Non vi pare un compromesso al ribasso?
«Diciamo che si poteva fare molto meglio. Ma apprezzo che ci sia stato un cambio di mentalità: abbiamo sbianchettato Bonafede. Certo, la riforma da sola non basta: resta fuori il tema delle intercettazioni, dell'obbligatorietà dell'azione penale...».

E i 5 Stelle?
«È chiaro a tutti che oggi sono allo sbando. Ma sono felice che, almeno su quei temi, sia prevalsa la linea dialogante di Luigi Di Maio rispetto a quella oltranzista di Giuseppe Conte. Comunque, io lo considero un partito finito: hanno dimostrato di saper solo distruggere, e mai costruire. E pensare che la linea maggioritaria nel Partito Democratico era quella di chi diceva: "O Conte o morte"...».

Voi renziani siete accusati, da sinistra, di agitare lo stendardo della giustizia per acquisire un po' di visibilità. Insomma, per ricordare a tutti che esistete ancora.
«Se oggi esiste il governo Draghi, è perché esiste Italia Viva. Se esiste la spinta riformistica di questo governo, è soprattutto grazie a Matteo Renzi e al suo partito».

Ma intanto i sondaggi vi inchiodano intorno al 2%.
«Se con il 2% siamo riusciti a determinare le grandi svolte politiche degli ultimi mesi, figuratevi cosa faremmo con il 20. Da sinistra ci attaccano perché, a differenza loro, abbiamo una visione politica, e la coltiviamo con costanza. Se considero giusto un principio, lo porto avanti anche se è impopolare o sconveniente, perché la politica deve saper guidare. Il Pd invece continua ad essere guidato».

Da chi?
«Dai 5 stelle, da certi pezzi di magistratura che ostacolano o boicottano le leggi, dall'emozione del momento, dagli influencer...».

Parla forse di Fedez?
«lo Fedez non lo seguo, non mi piace neanche la sua musica, e la Ferragni so a malapena che lavoro faccia. Hanno diritto di dire ciò che vogliono, però non posso accettare che diventino i nostri interlocutori politici, solo perché hanno qualche milione di follower».

Sembra quasi che Renzi abbia sfidato Fedez a duello...
«Renzi vedrà sicuramente più lontano di me. Per come sono fatto io, a Fedez non avrei risposto. Non mi metto a dibattere con questi qui: di qualunquismo in giro ne vedo già abbastanza».

Come finisce la guerriglia sul ddl Zan? Non trova strano che il centrosinistra insista sulla linea dura?
«Mi viene da pensare che Enrico Letta, sotto sotto, questa legge voglia affossarla. Così poi darà la colpa a Renzi, ed eviterà lo scontro aperto con il Vaticano».

Intende dire che Letta usa gli omosessuali come scudo umano?
«Intendo dire che il suo è tatticismo esasperato. Lo sanno tutti che con il voto segreto il ddl Zan, così com'è, appare spacciato. Pensiamo solo alle vendette che potrà prendersi Conte dopo l'approvazione della riforma della giustizia».

E dunque?
«Dunque, sui diritti civili Letta gioca a mostrare i muscoli. Ma il problema è che, comportandosi così, il segretario rischia di affossare, con lui, anche i diritti delle minoranze che chiedono tutela. E parliamo di decine di migliaia di persone...».

Per questo avete aperto alle modifiche?
«Veramente le abbiamo proposte. Se i numeri non ci sono, la mediazione, rinunciando a qualcosa, diventa indispensabile. Pensiamo alle unioni civili: rinunciammo al diritto alle adozioni per far passare una legge sacrosanta. Continuare a piantare bandierine politiche senza fare i conti con la realtà, non solo è inutile, ma controproducente».

In aggiunta, possiamo dire che il ddl Zan è stato scritto malissimo?
«L'identità di genere è un tema per me importante, ma delicato. Non si possono fare ragionamenti settari, senza prestare ascolto alle legittime obiezioni di chi critica la legge. L'elenco di chi, anche a sinistra, sta contestando i contenuti è lunghissimo, laici e cattolici e anche all'interno del Pd. Senza contare il complicato equilibrio sull'autonomia scolastica, che non può certo essere messa a repentaglio. Insomma, possiamo davvero pensare di rifiutare il confronto su una legge così importante?».

Sta di fatto che in questo momento voi renziani sembrate quasi più vicini al centrodestra.
«Direi che è una cavolata. Noi non ci siamo mai mossi. Siamo nati riformisti, e lo siamo ancora. È il Pd che si è allontanato per andare a parare non si capisce dove. E i principi del riformismo, ricordiamocelo, erano alla base della fondazione del Partito democratico».

Però la sintonia su molte questioni sembra quasi una prova generale di una nuova maggioranza che possa esprimere il nuovo presidente della Repubblica. Matteo Renzi ha già detto chiaramente che il centrodestra va coinvolto.
«Non lo dice solo Renzi, ma la Costituzione italiana. Per eleggere il presidente servono i due terzi dei grandi elettori per i primi tre scrutini. È la Costituzione che ti invita a cercare una maggioranza larga. È il metodo, peraltro, che è stato applicato con il secondo mandato di Giorgio Napolitano. Quindi, dov'è lo scandalo? E questo prescinde dai punti di contatto che di volta in volta si possono trovare su temi politici importanti».

E poi ci sono i numeri.
«Esatto: per la prima volta il centrodestra sembra essere in vantaggio numerico nell'elezione per il Quirinale. Quando Renzi dice di voler coinvolgere quella parte, dice una banalissima verità: prendiamo atto della realtà dei numeri, e ci comportiamo di conseguenza. Non vorrei che la sinistra arrivi in ritardo su questo concetto: se domani, per esempio, la destra aprisse formalmente a Marta Cartabia capo dello Stato, cosa potranno mai fare? Rifiutare, regalando anche lei alla Lega e a Forza Italia, come per settimane sembra abbiano fatto con Draghi al governo?».

Alternative alle larghe intese quirinalizie?
«Alternative non ne vedo. Qualcuno nel centrosinistra pensa di eleggersi da solo il presidente? Andrebbe contro il principio di realtà, e contro la Costituzione. Il Quirinale è la casa di tutti, non è proprietà privata del Pd o di qualsiasi altro partito. Immaginate in quale stallo potrebbe cadere la Repubblica se ognuno insistesse per la sua strada: non possiamo permettercelo».

E sui nomi, non escludiamo nessuno? Neanche Silvio Berlusconi?
«Per storia e cultura, io non metto veti su nessuno. Anche se sul nome di Berlusconi vedo difficile trovare una convergenza. Penso però a un presidente della Repubblica giovane, e magari, diciamo così, reattivo».

Visto che ha paragonato Mario Draghi a Francesco Totti, non è difficile capire chi possa essere il suo preferito per la presidenza.
«Mettiamola così: ammetto che vedere Tolti al Quirinale sarebbe il mio sogno. Ma lo scriva che è una battuta: di questi tempi, non si sa mai...».