economia elezioni 2022

Fortis: "Riforme o promesse: con le prime sviluppo da 78 miliardi per l'Italia"

L'intervento su "il Sole 24 Ore", 12 agosto 2022.

È sconfortante constatare che la campagna elettorale del dopo Draghi sia partita all'insegna delle promesse più inverosimili, le ennesime propinate agli elettori, tipo flat tax mirabolanti senza copertura, e non all'insegna dei programmi di riforme.

Perché se c'è una cosa che Draghi avrebbe potuto insegnare ai nostri politici è che il successo di un governo - e quello di Draghi è stato chiaramente un governo di successo - si misura sui risultati delle politiche di cambiamento e delle azioni a sostegno di famiglie e imprese concepite in un'ottica di sviluppo e non certo su un assistenzialismo a pioggia finalizzato alla esasperata ricerca del voto.

Draghi, in particolare, ha saputo rilanciare e difendere il potere d'acquisto delle famiglie, innanzitutto durante la pandemia e poi di fronte ad una paurosa impennata dell'inflazione. Inoltre, ha continuato a stimolare gli investimenti delle imprese.

Potere d'acquisto delle famiglie e investimenti tecnici: questi sono i due veri pilastri della crescita economica. Due indicatori persino più importanti della pura dinamica del Pil per comprendere il reale stato di salute di una economia, non solo nel presente ma anche e soprattutto in prospettiva, perché su di essi si fondano le premesse per un innalzamento nel medio-lungo termine del prodotto potenziale.

Le sviluppo generato.
E che le riforme e le politiche per la crescita e l'innovazione siano quelle che servono realmente a un Paese che vuole rimanere protagonista sulla scena mondiale come l'Italia, e non invece il voto di scambio e le politiche assistenziali, lo dimostrano gli stessi numeri dell'economia degli ultimi sette anni, sintetizzati nella tabella allegata.

Basti pensare che durante i governi Renzi, Gentiloni e Draghi il potere d'acquisto delle famiglie italiane e gli investimenti in macchinari e attrezzature sono aumentati complessivamente di circa 78 miliardi in termini reali, mentre durante i governi Conte i e Conte 2 prima della pandemia (cioè fermandoci al quarto trimestre 2019) la crescita delle due variabili insieme è stata di soli 3 miliardi e mezzo circa, nonostante le enormi risorse dedicate al reddito di cittadinanza e a quota 100.

Già ci aveva provato Renzi con il suo governo e le sue tre finanziarie, l'ultima delle quali realizzata dal governo Gentiloni, a puntare sul recupero del potere d'acquisto delle famiglie dopo la lunga austerità del 2012-2013 e su una riforma strutturale della fiscalità degli investimenti delle imprese, quella poi sfociata nel Piano Industria 4.0. Gli 80 euro (poi "copiati" anche dal ministro Gualtieri che li ha portati a 100 euro ampliandone la platea), l'eliminazione della tassa sulla prima casa e oltre un milione di posti di lavoro creati tra il 2014 e il 2017 hanno determinato un poderoso aumento del reddito disponibile delle famiglie italiane durante i governi Renzi e Gentiloni, valutabile in oltre 48 miliardi di euro a valori costanti, mentre il Piano Industria 4.0 ha stimolato in contemporanea un incremento record degli investimenti in macchinari superiore ai 27 miliardi, che ha permesso alla manifattura italiana di accrescere la sua competitività e produttività e di arrivare forte come non mai all'appuntamento della ripresa post-pandemia, superato con successo.

Senza dimenticare la riforma Renzi delle banche popolari che ha evitato ulteriori dissesti bancari da malgoverno degli istituti. Nello stesso governo Draghi l'impostazione renziana è proseguita con lo storico avvio dell'Assegno Unico Universale disegnato dalla ministra Bonetti, che si traduce di fatto in una sorta di 80 euro al mese per figlio estesi a tutti i lavoratori autonomi e agli incapienti che prima non beneficiavano di analoghe misure di sostegno per i figli.

I risultati delle politiche economiche di Renzi sono stati dunque importanti anche per le positive eredità che hanno lasciato e già si ispiravano a quella impronta liberal-solidale che oggi cerca di consolidarsi intorno a un nuovo partito di centro.

L'involuzione populista-sovranista.
Ma poi nelle elezioni del 2018 gli elettori italiani hanno puntato sui partiti populisti-sovranisti e dal nuovo quadro politico confuso e contrastato emerso dal voto sono scaturiti prima il governo giallo-verde Conte i e poi il governo giallo-rosso Conte 2. Al netto del Covid-19, cioè guardando ai risultati economici conseguiti da questi due governi prima della pandemia, il loro bilancio è stato molto povero. Il governo Conte i ha commesso l'errore di stoppare temporaneamente il Piano Industria 4.0, salvo poi riavviarlo a fronte delle critiche ricevute e di un evidente rallentamento degli investimenti delle imprese, mentre i cavalli di battaglia elettorali di Lega e M5S rappresentati da quota 100 e reddito di cittadinanza hanno rappresentato un investimento finanziario enorme per il bilancio pubblico ma incapace di generare creazione di valore, introducendo altresì pesanti distorsioni nel mercato del lavoro.

I meriti del governo Draghi.
Con il governo Draghi di unità nazionale, infine, l'Italia ha ritrovato la via delle riforme e della crescita. Ma di punto in bianco i partiti populisti e sovranisti gli hanno clamorosamente tolto la fiducia prima della scadenza naturale della legislatura, pur in un momento cruciale per l'attuazione del Pnrr che avrebbe richiesto prudenza e in presenza di una performance notevole dell'economia italiana, con una crescita del Pil del 6,6% nel 2021 e una crescita acquisita nel 2022 del 3,4% dopo il primo semestre.

I risultati conseguiti dal governo Draghi vanno ben oltre quelli indicati nella tabella, che rapportano semplicemente i livelli raggiunti nel 1° trimestre 2022 dal potere d'acquisto delle famiglie italiane e dagli investimenti in macchinari rispetto ai livelli pre-pandemia del 4° trimestre 2019.

In realtà, considerando i minimi toccati da queste due variabili chiave nei dodici mesi terminanti il 4° trimestre 2020, si può constatare che durante il governo Draghi vi è stato un recupero di 26,4 miliardi del potere d`acquisto e di 21,5 miliardi degli investimenti tecnici. E in questo positivo bilancio, va sottolineato, mancano ancora i dati del 2° trimestre di quest'anno, durante il quale il Pil è cresciuto a un tasso record dell'1% rispetto al trimestre precedente.

Conclusioni: più proposte serie meno promesse irrealizzabili.
In definitiva, l'Italia è un Paese forte e fragile allo stesso tempo. Forte nella sua economia reale, fragile nei ristretti margini di manovra dei suoi conti pubblici e nei divari settoriali (privato-pubblico) e territoriali (Nord-Sud) che la caratterizzano. Il Pnrr rappresenta uno strumento cruciale e una occasione storica proprio per superare tali divari ma la sconsiderata crisi di governo che si è aperta ha lasciato drammaticamente in sospeso la sua esecuzione, sconcertando le istituzioni europee e i mercati.

Anche per questa ragione l'Italia meriterebbe oggi di uscire una volta per tutte dalla logica di campagne elettorali dove vince chi le spara più grosse, mentre i partiti dovrebbero invece indicare obiettivi programmatici seri, realistici e coerenti con lo stato delle nostre finanze pubbliche, così da ripartire con le riforme e la crescita esattamente da dove Draghi le ha meritoriamente lasciate.