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Fortis: "L'Italia resiste, ma basta debiti"

L'intervista su "QN", 30 aprile 2022.

«Certo, la variabile-chiave riguarda la durata e l'estensione del conflitto russo-ucraino, perché da essa dipendono i prezzi dell'energia e l'andamento dell'inflazione. Ma, per il momento, con il dato del Pil del primo trimestre dell'anno possiamo dire che risultano smentite le previsioni largamente apocalittiche delle scorse settimane: stime fatte da molti istituti, da Confcommercio, da Confindustria, ma per le quali, francamente, non sono mai riuscito a trovare un riscontro reale». Marco Fortis, docente di Economia industriale all'Università Cattolica di Milano, non si è mai iscritto al partito dei catastrofisti e lo rivendica.

Con un corollario per il governo: «Draghi deve mantenere i nervi saldi e vedere quando conviene intervenire senza necessariamente fare nuovo deficit per una catastrofe che verosimilmente non avviene».

Su che cosa fonda il suo cauto «non pessimismo»?
«Intanto l'Istat ci ha detto che il Pil 2021 è cresciuto di un decimale in più e non si butta via. Con il meno 0,2 per cento del primo trimestre abbiamo una crescita possibile del 2-2,2 per cento nel 2022: oro che cola in un Paese che per 15 anni non ha mai visto il 2 per cento di Pil. E il dato acquisito ci pone al riparo da ulteriori danni che la guerra russo-ucraina potrà determinare nel secondo trimestre, che, però, non darei per spacciato».

Quali elementi dietro uno scenario «non avverso»?
«Il gas per ora c'è. Le imprese continuano a produrre e non c'è stata una caduta verticale delle attività. L'edilizia continua ad andare ai massimi storici, anche per effetto di tutti gli incentivi che ci sono: e le costruzioni, con le loro filiere, tengono in piedi direttamente e indirettamente il Pil. Il turismo è in netta ripresa. L'industria non si sta piegando come temeva Confindustria e anche il commercio non sta crollando come ipotizzava Confcommercio. C'è tutta una dinamica favorevole, insomma, che non è facilmente piegatile. Sono restio, dunque, a pensare che sarà un disastro totale».

Che Italia c'è, dietro i numeri, a darle fiducia?
«C'è un Paese, che sta dimostrando una resilienza significativa, che non è basata su elementi casuali, ma dipende da tutto ciò che di buono è stato fatto negli ultimi 5-6 anni per rilanciare la produttività e la competitività, a cominciare da Industria 4.0 che è la chiave di volta per capire perché non stiamo soffrendo come in altre crisi».

Dobbiamo fare i conti, però, con una guerra e con la ripresa dell`inflazione?
«Certo. Entriamo, però, in un campo nel quale nessuno sa che cosa accadrà in termini di durata e di estensione della guerra. E questo inciderà innanzitutto sui costi dell'energia, gas in primis, e sull`inflazione, le altre due variabili-chiave con le quali abbiamo a che fare. E se i prezzi salgono, anche le economie più robuste avranno un problema sui consumi delle famiglie, che pesano per i due terzi della domanda aggregata».

In più di uno scenario si evocano la recessione o addirittura la stagflazione come prospettive probabili.
«Il problema è se le variabili strategico-militari saranno così impazzite da stroncare l'economia o se questo conflitto durerà, ma non trascenderà in maniera drammatica, con le economia che saranno in grado di tenere profili di crescita. Ma entriamo nelle arti divinatorie».

Quali leve si possono usare, nel frattempo, per fronteggiare l'emergenza bollette, prezzi e salari per famiglie e imprese: c'è chi sollecita un nuovo extra-deficit.
«La politica economica che ci serve in questo momento non è una politica influenzata dal panico di breve periodo ma deve essere guidata dalla capacità di navigazione a vista del governo. Ogni misura di sostegno dell'economia in Paesi, come l'Italia, con grandi deficit e grandi debiti va ponderata: serve sangue freddo. E, del resto, interventi contro il caro bollette sono stati fatti. Ma non possiamo trasformare in debito pubblico tutto il cuscinetto necessario per sostenere l'impatto della guerra».

Il Ministro del Lavoro, Andrea Orlando, sollecita le imprese a aumentare le retribuzioni contro il caro-vita.
«Chiedere alle imprese di aumentare i salari mentre stanno avendo un crollo dei margini è una politica abbastanza insensata perché rischiamo di mettere a repentaglio direttamente i posti di lavoro. In questo momento le imprese che hanno tenuto duro e che hanno mantenuto i posti di lavoro attivi molto spesso producono in perdita. La via maestra, per recuperare potere d'acquisto dei salari, è la decontribuzione del costo del lavoro».