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Fortis: "La crescita italiana stupirà anche nel 2022"

Intervista di Lia Romagno, "il Quotidiano del Sud", 10 luglio 2022.

Sorpresa Italia: già lo scorso anno la crescita del Pil del 6,6% aveva "smontato" le stime di alcuni tra i più autorevoli previsori. E la sorpresa potrebbe ripresentarsi nel 2022, grazie a una produzione industriale che si prepara a chiudere il secondo trimestre con un a crescita intorno al 2%, un export in crescita e più resiliente che mai, un turismo da grandi performance e un'edilizia da record. È il quadro dell'economia italiana tracciato da Marco Fortis, professore di Economia industriale all'Università cattolica di Milano e diretto della Fondazione Edison, e che lo porta ad affermare che «la crescita italiana stupirà anche nel 2022, con risultati migliori rispetto agli altri Paesi europei e delle economie avanzate».

«Le parole del ministro del ministro dell'Economia, Daniele Franco, che si è dichiarato fiducioso su una robusta crescita del Pil italiano nel secondo trimestre, sono state accolte da più parti con un certo scetticismo perché sta prevalendo un mood molto pessimistico sull'economia italiana che a mia avviso non ha fondamento nei dati reali. Il dato sulla produzione industriale relativo a maggio, pubblicato ieri dall'Istat, segna sì un calo dell'1,1%, ma si inquadra in un trimestre che ha visto la produzione industriale rimanere su livelli molto elevati: a marzo non era caduta come molti temevano, ad aprile ha registrato un'impetuosa crescita e poi c'è stato questo calo a maggio. Ma se confrontiamo questi ultimi tre mesi con quelli precedenti vediamo che la crescita della produzione industriale italiana è stata del 2%. Non solo una crescita notevole, ma anche la più forte in assoluto tra i Paesi dell'Eurozona che invece arrancano, dalla Spagna alla Francia e soprattutto alla Germania. Il dato conferma che quanto dice il ministro Franco è giusto: i dati reali ci dicono quindi che la produzione industriale tra marzo a maggio è andata molto forte complessivamente. Se anche dovesse esserci un calo a giugno, mettiamo dell'1%, chiuderebbe comunque il secondo trimestre con una crescita dell'1,7% rispetto al primo. Quindi per quanto riguarda il Pil, i cui dati verranno resi noti il 29 luglio, abbiamo già una produzione industriale che sappiamo già che cresce dell'1,7% - che è tantissimo con la guerra russo Ucraina, i rincari dell'energia e delle materie - il turismo sta andando in una maniera straordinaria, l'edilizia sta viaggiando su livelli da ricostruzione post-bellica. Quello che dice Franco è assolutamente vero: la crescita non si fermerà, anzi l'Italia stupirà tutti per crescita della sua economia nel 2022 rispetto ad altri paesi che venivano dati anche nelle previsioni della Commissione europea molto più pimpanti, come Francia e Spagna, mentre la Germania è passata ad esser la lumaca dell'Europa. Mentre l'Italia, pur con tutti i timori per l'inflazione, la perdita di potere d'acquisto delle famiglie, ha una tenuta del suo sistema economico e produttivo significativo, dimostra che dopo esser stata la sorpresa del 2021 saremo probabilmente in grado di mettere a segno una performance considerevole, soprattutto tenuto conto dello scenario avverso dominato dalla guerra, con tutte le sue implicazioni».

L'Istat ieri ha certificato che l'Italia è tornata a livelli pre Covid.
«L'Italia ha una produzione industriale ampiamente sopra i livelli pre pandemia, mentre la Francia. la Spagna e la Germania sono ancora decisamente sotto. È un aspetto considerevole: si potrebbe dire stiamo crescendo nel secondo trimestre dell'anno perché avevamo avuto un primo trimestre fiacco. Ma era stato fiacco soprattutto perché a gennaio molte imprese energivore, pensando che il prezzo del gas prima o poi sarebbe sceso, avevano tenuto chiuse le fabbriche, il calo della produzione è stato quindi determinato da una scelta tattica. A febbraio c'è stato un rimbalzo enorme, del 4%, e poi abbiamo mantenuto livelli molto alti. Siamo ai massimi storici della produzione industriale, vicini ai record toccati nel 2018, mentre la Germania, la Francia e la Spagna sono ancora molto sotto. La forza dell'industria italiana in questo momento è il vero asso nella manica che stiamo tirando fuori in questo Pil del secondo trimestre che ci aspettiamo in crescita, un asso che abbiamo soltanto noi, gli altri Paesi stanno andando malissimo. In più abbiamo scoperto di avere un export che si adatta benissimo nel nuovo scenario di questa globalizzazione dove si stanno rompendo tutte le filiere delle forniture, grazie al fatto che non abbiamo delocalizzato. Nonostante la guerra stiamo andando fortissimo dal punto di vista competitivo e questo permette di sperare che nonostante la minaccia dell'inflazione sui consumi e il potere d'acquisto delle famiglie il tessuto economico riuscirà a centrare un obiettivo sorprendente: siamo diventati i primi della classe, pur in un contesto di guerra».

Come si spiega allora l'allarme che arriva dal mondo dell'industria?
«È piuttosto curioso: è un allarme che arriva più dalle rappresentanze che dalle imprese. Continuo a girare tutti i giorni per le imprese e vedo che hanno ancora ordini. Le preoccupazioni sono semmai per il 2023 e per il perdurare dei rincari del costo dell'energia. Non c'erano indicazioni di un crollo della produzione industriale, come si temeva, e infatti non c'è stato, ed è anche quella che si è comportata meglio in tutto il contesto dell'Eurozona».

L'inflazione però sta erodendo il potere d'acquisto delle famiglie.
«Parlando all'assemblea dell'Abi, il ministro Franco ha assicurato che il governo continuerà a sostenere le famiglie per far fronte ai rincari dell'energia. Si stanno spendendo miliardi a sostegno delle famiglie, per le bollette, la sterilizzazione delle accise sul carburante, il bonus da 200 euro. Quindi, l'inflazione è all'8% ma non è che il potere d'acquisto delle famiglie si è eroso della stessa percentuale. Il ministro, poi, ha detto che continueranno. ma in modo più calibrato e soprattutto a favore delle famiglie più deboli».

L'inflazione pone anche una questione salariale.
«Sì, ma va commisurata all'inflazione che avremo tra sei mesi. Bisogna vedere quanto sarà la perdita del potere d'acquisto dei salari, il governo sta valutando il cuneo fiscale che si affronterà in legge di Bilancio. bisogna definire il perimetro d'intervento, che si valuterà nella prossima legge di bilancio. Il contesto poi ci vede resistenti rispetto ad altri Paesi. Il quartetto delle quattro grandi economie dell'Eurozona che una volta vedeva l'Italia sempre ultima, in questo momento si è completamente capovolto: l'Italia è prima e più resistente degli altri».

Che impatto possono avere le fibrillazioni politiche sul quadro che ha delineato?
«Il governo sta gestendo la crisi della guerra russo-ucraina e dei rincari dell'energia con molta oculatezza. Ha scelto di fare una navigazione a vista, ma l'importante è che lo skipper sia capace di guidare la nave. In questo momento abbiamo alla guida del governo uno che si chiama Mario Draghi e che ha salvato l'euro, credo che sia una garanzia di serietà che l'Italia può opporre ai mercati e alle agenzie di rating che possono essere critiche verso il nostro Paese. Anzi magari si dovrebbe spiegare alle agenzie di rating i risultati che stiamo ottenendo perché sono ancora ferme all'idea che sia l'Italia del 2010-2011. È invece un'Italia radicalmente cambiata e forse il governo dovrebbe impegnarsi di più in un'opera di comunicazione, e spiegare che oggi il nostro debito pubblico è il secondo della Ue in miliardi, perché quello francese sono due anni che è diventato maggiore del nostro».

Bisogna considerare anche uno scenario avverso, con la guerra che continuerà ancora per molto e uno stop delle forniture russe.
«L'economia italiana ha la possibilità di reggere anche dei razionamenti, ha gli stoccaggi, che non sono illimitati ma ci sono. Credo che rispetto agli altri Paesi anche qui abbia delle frecce al proprio arco, intanto perché rispetto agli altri Paesi le produzioni più energivore per quanto siano importanti, hanno un peso meno rilevante rispetto agli altri Paesi, come ad esempio in Francia. Se scoppia un disastro, se la guerra ha sviluppo imponderabile, tutto il mondo ha da tremare, ma la nostra posizione è meno esposta rispetto ad altri Paesi, come Francia e Germania. Siamo decisamente più attrezzati per sopportare qualunque scenario avverso. Anche quello di una guerra prolungata».

Il Pnrr riuscirà a centrare l'obiettivo di riavvicinare la convergenza tra Nord e Sud?
«Riavvicinare il Nord e Sud è un'impresa titanica, ma certamente un po' di riduzione del divario, se si fanno le cose giuste, si potrà ottenere. È un'occasione storica per l'Italia anche perché non ne passeranno molte altre nei prossimi decenni. Mai era capitato di poter avere a disposizione una quantità di risorse così importanti proprio per ridurre i divari tra il Nord e il Sud che deve avere infrastrutture all'altezza di un Paese avanzato, ma anche tra il privato e il pubblico e il privato che deve digitalizzarsi, sburocratizzarsi».