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Faraone: "Per rimettere in piedi il Paese serve la politica, non le task force"

Intervista di Giacomo Puletti, "il Dubbio", 9 dicembre 2019.

Senatore Faraone, sulla gestione del Recovery Plan da Renzi è arrivato l'ammonimento: "Spero che il governo non rischi, ma temo che sarà così". Sarà questo il punto di rottura della maggioranza?
Questa maggioranza è nata da una nostra intuizione con l'obiettivo dichiarato dì impedire a Salvini di prendere pieni poteri. Certamente non per passarli nelle mani di Conte, che era suo alleato ma aveva mostrato diverse sensibilità. Il Conte bis ha origine da un'intesa politica e politico devo rimanere: non va commissariato da una task force di tecnici che va solo ad aumentare la burocrazia, altrimenti. potremmo affidare il paese direttamente ai tecnici senza bisogno di altri bizantinismi.

Così però il governo rischia...
Se il governo rischia mi interessa meno che se non fa le cose giuste: il Recovery Plan è il nostro piano Marshall, le ingenti risorse che provengono dall'Europa, mai così tante ma "una tantum", non devono semplicemente essere spese ma investite in progetti strategici per il rilancio post pandemico del Paese. Per questo ci stiamo impegnando fino in fondo e vedo che lo stanno capendo in molti: il rischio che la burocrazia si mangi il Recovery Plan è alto e passa attraverso il tentativo di commissariamento delle istituzioni, a partire dal Consiglio dei ministri e dal Parlamento, che Conte ha maldestramente messo in atto. Non gli abbiamo permesso di sabotare quella che lui stesso ha definito la squadra più in gamba del mondo. Bene se così è, allora per quale ragione deve depotenziarla affiancandola con una regia ombra? A me sembra soltanto che si vogliano moltiplicare poltrone e incarichi, a danno del piano serio che dobbiamo fare e della difficilissima sfida che abbiamo di fronte, quella di uscire dal Covid con il vaccino e rimettere in piedi un Paese che ha il meno dieci percento di Pil. Per fare questo serve la politica, non i tecnici o le task force.

Rimproverate a Conte una gestione quasi personalistica dei fondi che arriveranno. È una questione di merito o di metodo?
Entrambe. Il presidente del Consiglio ha fatto arrivare il dossier del Recovery alle nos tre ministre alle due di notte per un Cdrn che avrebbe dovuto essere convocato di lì a poche ore, ha anticipato via conferenza stampa la task force, non ha dato modo agli alleati di governo di condividere e discutere queste decisioni fondamentali. In queste ultime ore è stato costretto, grazie al nostro pressing, a una marcia indietro: i rinvii progressivi delle riunioni dei ministri ne sono una prova. Ora vediamo Conte cosa dirà oggi in Parlamento, davanti ai cittadini che le forze politiche rappresentano.

E sul merito?
Le dico solo che in Germania la Merkel ha fatto una task force. Lo sa di quante persone è composta? Quattro. Peraltro non sta scritto da nessuna parte, e lo ha confermato la portavoce della commissione europea, che ci debba essere una squadra ad hoc per gestire i fondi.

Non crede che dimostrare un atteggiamento divisivo in maggioranza su un tema così importante per il futuro del Paese dia un'immagine negativa agli elettori?
Credo che alle persone interessi che un domani, quando usciremo dal Covid, avremo saputo massimizzare i 209 miliardi di investimenti che abbiamo a disposizione e che, attenzione, in parte gestiamo a debito. Sono soldi presi in prestito dalle future generazioni, dobbiamo difenderli a tutti i costi dagli sprechi, dai poltronifici e dai perditempo. Adesso è il momento di agire per non dover dire, un domani, di essere stati complici. I fondi in arrivo da Bruxelles modificheranno la vita di milioni di persone.

Pensa che in un progetto così ampio debba essere coinvolta in maniera stabile e regolare anche l'opposizione?
Si, e l'ho sempre detto. A partire da Azione, dall'Udc, +Europa e poi Forza Italia, che mi sembra la parte più ragionevole del centrodestra e che in qualche caso, come sul voto allo scostamento di bilancio, è stata decisiva per trascinare i sovranisti "de noantri". Che gridano ma che non risolvono i problemi. Poi è chiaro che i fondi europei vanno gestiti in modo politico da una classe dirigente all'altezza che capisca il momento storico e sappia mettere da parte le divisioni.

Non avete firmato la risoluzione di maggioranza sulla riforma del Mes, assicurando il sostegno ma solo dopo aver ascoltato Conte in Aula. Ci sarà uno scontro, anche dialettico, tra le diverse anime di maggioranza?
Noi di Italia Viva quella risoluzione non l'abbiamo firmata perché conteneva un passaggio di preventiva approvazione delle parole del presidente del Consiglio in Aula. Non si firmano documenti o dossier al buio, né risoluzioni dove sta scritto "sentite le comunicazioni del premier". Ascolteremo le parole di Conte oggi in Parlamento e dopo il dibattito, così come è lecito fare, se saremo convinti, firmeremo la risoluzione. Però le dico una cosa: a noi di tutto ci si può accusare tranne che di poca chiarezza sul Mes. Siamo quelli che in maggioranza hanno sempre avuto una sola posizione, netta e semplice: Mes subito. Quei 37 miliardi sulla sanità ci servono per ristrutturare la sanità e mettere il Paese nelle migliori condizioni per il piano vaccinale, che è la vera sfida che abbiamo nei prossimi mesi, Ed è stupido non prendere risorse che ci fanno risparmiare tre miliardi in dieci anni e sottrarli invece a quelli del Recovery, che costano di più e devono essere interamente investiti in piani di rilancio strategico. Ancor di più quando vediamo che nella proposta di Recovery solo il 9% è destinato alla sanità.

Conte domani e venerdì sarà a Bruxelles, da dove iniziano ad arrivare dei brontolii per il ritardo italiano. Non crede che tutte queste polemiche finiscano per dare un'immagine di sfiducia nei confronti dell'Italia?
Se un allenatore perde una partita non dà la colpa ai suoi calciatori, se la assume. Conte ha l'onere e l'onore di tenere salda e rafforzare la sua maggioranza, a luglio scorso dicemmo di fare in fretta, ma è calato il silenzio.

Dal Colle trapela che, in caso di crisi, esiste solo il voto. Un'eventuale crisi parlamentare e istituzionale in questo momento storico non sarebbe un autogol?
Dopo Conte, dietro l'angolo di una crisi di governo che non auspico, ci sono purtroppo i tecnici. Ma sarebbe un fallimento della classe politica. E certamente mandare al voto un Paese in queste condizioni non mi sembra di buon senso. Il mio auspicio è che si cambi registro, si riveda l'agenda, si mettano da parie le stagioni delle task force e si vada avanti. Ma sul serio.