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Faraone: «Le foto di Sara sui social? Siamo felici e lo mostriamo. E chi insulta si rassegni»

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Lettera di Davide Faraone per "Il Corriere della Sera" del 20-08-2026

Caro direttore,

ho pubblicato sui miei social alcune foto al mare con mia figlia Sara. Foto di una vacanza, di un padre e di una figlia che stanno bene insieme. Le pubblico perché mi piace condividere la nostra felicità e perché so che, dall'altra parte dello schermo, ci sono genitori che stanno vivendo la nostra stessa esperienza. Magari hanno ricevuto da poco una diagnosi, magari hanno paura del futuro, magari qualcuno gli ha fatto credere che da quel momento la felicità sarebbe stata una cosa per gli altri.

E invece no. Naturalmente, insieme all'affetto di tantissime persone, è arrivata anche la consueta sputacchiera social. Io ci sono abituato. Faccio politica e ormai so che per qualcuno insultarci è un passatempo meno costoso di una partita a padel. Ma stavolta hanno insultato Sara. E allora vale la pena rispondere. Non per loro. Per noi. Uno ha scritto: «Sembra un uomo».

Sara porta i capelli corti, non la trucchiamo e non indossa orecchini. Non perché «sembri un uomo», ma perché alcune cose che per molti sono dettagli, per una persona con autismo possono diventare fastidi enormi. Provate ad andare dal parrucchiere con lei, a farle lo shampoo, ad asciugarle i capelli. Provate anche soltanto a toccarle la nuca e capirete perché preferiamo i capelli corti. L'ipersensibilità sensoriale può trasformare il rumore delle forbici o della macchinetta, le vibrazioni, il phon, il contatto fisico in una fonte di forte stress. Lo stesso può accadere con il trucco, gli orecchini, i profumi. Noi abbiamo semplicemente imparato a rispettare il suo modo di stare bene nel proprio corpo.

Vede? Persino un insulto può diventare l'occasione per imparare qualcosa. Un altro ha scritto: «Che scherzi fa la natura». Nessuno scherzo. Gli scherzi, semmai, glieli faccio io per sentirla ridere. E vi assicuro che quando ride Sara la natura sembra aver fatto benissimo il proprio mestiere. Mia figlia è semplicemente una delle infinite forme in cui la natura ha deciso di esprimersi. Lo scherzo, semmai, è pensare che esista un solo modo giusto di nascere, di vivere, di essere felici e di meritare amore. Poi: «Sua figlia ha problemi dalla nascita». No. Sara ha una disabilità dalla nascita, non è «un problema» dalla nascita. Le parole contano. I problemi sono gli ostacoli che incontra, i pregiudizi che subisce e, qualche volta, lo sguardo di chi vede prima la disabilità e poi la persona. Sara è Sara. Ed è molto di più di una diagnosi.

E infine: «Mi sono spaventata. Tale padre, tale figlio». Mi dispiace per lo spavento. Noi, guardando quella fotografia, abbiamo sorriso. È una differenza non piccola: nella stessa immagine qualcuno riesce a vedere qualcosa di cui avere paura e noi vediamo una giornata felice. Non si spaventi per Sara. Sara vive, ride, nuota, mangia, si diverte. Si preoccupi piuttosto di ciò che riesce a scrivere una persona adulta davanti alla felicità degli altri. E comunque stia tranquilla: la disabilità non è contagiosa. La cattiveria, purtroppo, qualche volta sì. Forse il punto è proprio questo. C'è ancora chi pensa che una famiglia con una persona con disabilità debba vivere sottovoce. Che debba nascondersi un po', mostrarsi il meno possibile, quasi chiedere scusa. E soprattutto che debba essere necessariamente infelice. 

Mi spiace deluderli. Noi siamo felici. Non sempre, naturalmente. Come tutti. Abbiamo avuto giorni durissimi, paure, stanchezza, ostacoli che molte famiglie non devono affrontare. Ma chi ci reputa infelici non ha capito una cosa molto semplice: non esiste una sola forma di felicità. Io con Sara ne ho imparata un'altra. Ho imparato che la felicità può essere conquistare una piccola autonomia che per altri è scontata. Può essere una risata arrivata dopo una giornata complicata. Può essere stare al mare insieme, camminare, fare una fotografia. Può essere riuscire a entrare per qualche minuto nel suo mondo e accorgersi che non è affatto più povero del nostro: semplicemente segue altre strade. Per questo continuerò a pubblicare le nostre foto. Non per esibire Sara. Non per raccontare una favola in cui va sempre tutto bene. Ma perché un padre o una madre che oggi hanno paura devono sapere che dopo una diagnosi la felicità non finisce. Qualche volta cambia indirizzo. Bisogna imparare a riconoscerla dove prima non avremmo pensato di cercarla.

E soprattutto non dobbiamo vergognarci. Non ci chiuderanno in casa. Non nasconderemo i nostri figli per risparmiare agli altri la fatica di incontrare la diversità. Andremo al mare, al ristorante, in vacanza, per strada. Faremo fotografie. Rideremo. Vivremo. E se la nostra felicità disturba qualcuno, temo che dovrà farsene una ragione.

Perché Sara non ha niente di cui vergognarsi. E io, di essere suo padre, sono immensamente felice.