Intervista a Davide Faraone per "L'Unità" del 27-06-2026
Non provo alcun imbarazzo a dirlo: per battere Giorgia Meloni e impedire che l'Italia imbocchi definitivamente la strada del sovranismo, bisogna costruire un'alternativa di governo. E quell'alternativa non può che comprendere il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e tutte le forze che si oppongono all'attuale maggioranza.
È una discussione che nel centrosinistra italiano ritorna periodicamente, quasi fosse una colpa. Come se allearsi con chi sta alla propria sinistra o al contrario per la sinistra allearsi con i riformisti rappresentasse una resa identitaria. Non è così. In tutte le democrazie mature esistono coalizioni composte da culture politiche diverse. Esiste una sinistra ed esiste una componente riformista. Esiste chi guarda soprattutto alla redistribuzione e chi insiste maggiormente sulla crescita. Esiste chi mette l'accento sul ruolo dello Stato e chi sulla capacità delle persone, delle imprese e dell'innovazione di generare opportunità. Il problema non è che nel campo dell'alternativa esista una sinistra. Il problema è che oggi va rafforzata la componente riformista. La vera sfida non è decidere se stare o meno con la sinistra. La vera sfida è creare una più forte seconda gamba del centrosinistra, quella riformista. Chi decide di stare fuori da questa coalizione fa un grossissimo favore a Giorgia Meloni.
Sì, perché dall'altra parte non c'è il centrodestra europeo che qualcuno continua a raccontare. Dall'altra parte ci sono forze che hanno fatto della diffidenza verso l'Europa una cifra identitaria, che hanno aumentato la pressione fiscale invece di ridurla, che hanno indebolito lo Stato sociale mentre sostenevano di difenderlo, che alimentano paure invece di governare cambiamenti.
E c'è una posta in gioco che va ben oltre la prossima legislatura. Tra pochi anni verrà eletto il nuovo Presidente della Repubblica. L'idea che possa essere scelto da una maggioranza sovranista che considera Bruxelles un fastidio, che guarda con simpatia ai nazionalismi europei e che interpreta le istituzioni come strumenti di parte dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore l'equilibrio democratico del Paese. Per questo serve un'alternativa che investa nell'Europa, nel sovranismo europeo, nel funzionamento delle istituzioni europee, nella difesa comune. Ma serve anche una discussione sincera su quale alternativa. Perché se c'è una cosa che dispiace a molti riformisti è vedere come il centrosinistra italiano abbia progressivamente smarrito un pezzo della propria storia. C'è stato un tempo in cui la stragrande maggioranza di quella coalizione si riconosceva naturalmente nelle esperienze di Bill Clinton, e Barack Obama. Non perché volesse copiarle. Ma perché ne condivideva l'ispirazione. L'idea che giustizia sociale e crescita economica non fossero nemiche. Che i diritti civili e il merito potessero convivere. Che l'innovazione non fosse una minaccia ma un'opportunità. Che l'impresa non fosse l'avversario da combattere ma uno strumento per creare lavoro e benessere. Barack Obama parlava di inclusione senza demonizzare il mercato. Difendeva il welfare e la sanità per tutti, senza rinunciare alla competitività. Investiva nella scuola e nella ricerca sapendo che la migliore politica sociale resta offrire opportunità alle persone. In quella tradizione si riconoscevano milioni di elettori progressisti europei. Anche in Italia. Romano Prodi, Walter Veltroni, Francesco Rutelli, Matteo Renzi stavano dentro quella storia. Con sensibilità diverse, certo. Ma accomunati dall'idea che il riformismo fosse il motore del cambiamento. Oggi quella cultura appare più debole. Non perché siano scomparse le idee. Ma perché si sono frammentati i soggetti politici che le rappresentavano. I riformisti hanno fatto troppi passi indietro. Troppo spesso hanno preferito testimoniare invece che contendere. Troppo spesso hanno rinunciato a occupare lo spazio che storicamente apparteneva loro. Eppure è esattamente quello spazio che oggi serve all'Italia.
Perché nel derby tra chi vuole più tasse e chi vuole più debito pubblico servirebbe piuttosto investire di più sulla crescita, avere il coraggio di affrontare il tema della produttività, aumentare i salari attraverso maggiori investimenti, innovazione e formazione. Considerare la scuola, l'università, la cultura e la ricerca non spese ma investimenti. La sicurezza non una parola di destra ma una condizione della libertà. Governare l'immigrazione sia diverso dal demonizzarla. Un riformismo moderno dovrebbe dire con chiarezza che l'Italia ha bisogno di immigrazione. Lo dicono la demografia, il mercato del lavoro, le imprese, l'agricoltura, l'assistenza agli anziani.
Ma dovrebbe dire con altrettanta chiarezza che l'immigrazione va governata. Canali legali per chi arriva a lavorare. Regole severe contro la clandestinità. Integrazione per chi rispetta le leggi. Espulsione per chi delinque. Senza ideologia e senza propaganda. Soprattutto, però, un riformismo moderno dovrebbe tornare a parlare ai giovani. Perché il vero scandalo italiano non è soltanto il presente. È il futuro. Da anni discutiamo di povertà guardando esclusivamente alle difficoltà di oggi. Ma esiste una povertà meno visibile e forse persino più inquietante: quella che colpirà milioni di persone domani. Gli economisti la chiamano vulnerabilità intertemporale. Tradotto in parole semplici: giovani che lavorano, che magari non sono formalmente poveri, ma che non riescono a costruirsi una pensione dignitosa. Retribuzioni basse. Carriere discontinue. Contributi insufficienti. Affitti elevati. Costo della vita crescente. La combinazione perfetta per produrre una generazione che rischia di arrivare alla vecchiaia più povera dei propri genitori. E qui che si misura la serietà della politica. Non nel promettere pensioni impossibili. Ma nel creare condizioni perché i giovani possano lavorare meglio, guadagnare di più e costruirsi un futuro.
Serve una nuova stagione di flexsecurity che garantisca contemporaneamente flessibilità alle imprese e sicurezza ai lavoratori. Servono salari più alti. Servono incentivi all'occupazione stabile. Serve investire sul tempo libero e sulla qualità della vita. Servono congedi parentali più forti per consentire alle persone di avere figli senza essere penalizzate nel lavoro. Serve un salario minimo costruito in modo intelligente, senza trasformarlo nell'ennesima tassa indiretta sulle imprese. Serve una gigantesca operazione di investimento sulla scuola. Perché la vera emergenza italiana non è soltanto il debito pubblico. E il debito educativo. E serve una politica che abbia il coraggio di dire che crescita e giustizia sociale non sono alternative. Sono la stessa battaglia.
Se il bipolarismo è destinato a restare la forma della politica italiana, allora la sfida dei prossimi anni sarà esattamente questa: costruire una leadership riformista capace di guidare il centrosinistra e non soltanto di accompagnarlo. Perché senza una forte cultura riformista perde il centrosinistra. Ma soprattutto perde l'Italia. E un Paese che cresce meno degli altri, che invecchia più degli altri e che vede partire i propri giovani migliori non può permettersi il lusso di perdere altro tempo.
