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Elezioni 2022, Marattin: "Smascherare le falsità"

Intervista di Stefano Rizzi, "lo Spiffero", 9 settembre 2022.

L'economista renziano, candidato in Piemonte, con i suoi fact-checking è la spina nel fianco per destra e sinistra: "Siamo quelli che promettono meno mentre gli altri fanno gara a chi la spara più grossa". Obiettivo puntato ai voti delle imprese deluse dalla Lega“Sbugiardare le falsità, in alcuni casi davvero sbalorditive, di parte della politica dovrebbe essere la normalità in un paese civile, soprattutto da parte del mondo dell’informazione”, dice Luigi Marattin.

Lei, onorevole Luigi Marattin, questo ruolo di grillo parlante se lo è ritagliato bene addosso. Anche adesso che gira il Piemonte dov’è capolista nei due collegi per la Camera del Piemonte2 per Azione e Italia Viva, non rinuncia all’arte del fact-checking, innervosendo parecchio gli avversari. Quanto paga sul piano del consenso?
“Io amo il confronto di merito, il dialogo costruttivo e la ricerca dell’inevitabile compromesso, che tuttavia non deve mai corrispondere all’immobilismo. Penso di averlo dimostrato guidando i lavori parlamentari sulla riforma fiscale negli ultimi due anni: dopo sei mesi di ascolto e confronto con le parti sociali, le istituzioni nazionali e internazionali e i migliori esperti, siamo arrivati a una posizione quasi unanime che è poi diventata la riforma fiscale del governo Draghi. Che tuttavia, dopo essere stata approvata a larghissima maggioranza dalla Camera, proprio in questi giorni rischia di naufragare a un passo dal traguardo in Senato. Semplicemente perché Lega e Forza Italia, impegnati a promettere fandonie in campagna elettorale, non vogliono essere colti a confrontarsi con la realtà, con le riforme vere e non solo raccontate. Un errore madornale di cui pagheranno il prezzo nelle urne.

Mentre tutti promettono molto anche e soprattutto sul fronte economico voi siete la forza politica che promette poco o nulla. Un azzardo o, confrontandosi con il mondo dell’impresa come sta facendo in questi giorni, coglie segnali positivi su questa posizione?
“L’attività politica ha sempre incluso, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, una componente di propaganda. Tuttavia, in Italia da un po’ di tempo abbiamo passato ogni limite: la politica sembra essere diventata unicamente la gara a chi la spara più grossa, a chi individua lo slogan più orecchiabile, a chi distorce maggiormente la realtà a proprio uso e consumo. Poi quando si va al governo si viene schiacciati dal peso delle falsità raccontate, si perde consenso e si passa al prossimo populista. Il Terzo Polo nasce per interrompere questo circolo vizioso, che ha visto prima l’affermazione del M5s, poi della Lega e ora probabilmente di FdI. La nostra proposta politica parte dalla necessità di far cessare questo eterno reality show e tornare ad un po’ di sana realtà. E da quello che vedo, sembra essere una necessità avvertita da molti”.

La Lega sta perdendo consensi nel mondo produttivo, pensa che voi possiate intercettare parte di quello che era uno zoccolo duro leghista?
“Le imprese e il populismo stanno su due piani opposti. Il mondo produttivo si confronta tutti i giorni col mercato, con la competizione globale, e purtroppo a volte anche con gli intralci che la pubblica amministrazione mette lungo il suo cammino. È abituato a giudicare dai fatti, e non dalle chiacchiere; è abituato a cercare soluzioni realistiche e non slogan ideologici. La Lega salviniana è distante anni luce dalla Lega delle origini. È passata dalla riforma delle pensioni di Maroni di vent’anni fa che rendeva il sistema più sostenibile a Quota 100 che ha sperperato 23 miliardi e Quota 41, che di miliardi ne costa addirittura 65. È passata da un approccio serio di politica fiscale alla truffa elettorale della flat tax, che in realtà è un sistema a 18 aliquote. Credo che il mondo produttivo abbandonerà in massa il populismo leghista. Dall’altra parte, col Pd, sinistra e Cinquestelle ci si concentra solo sulla redistribuzione, dimenticando che la ricchezza prima va creata e poi redistribuita. Per questo penso che l’unico punto di riferimento per quel mondo saremo noi”.

L’alleanza con Azione funziona come lei si sarebbe atteso? Renzi per ora resta un passo indietro puntando a un futuro che vada oltre il voto. In Italia dunque c è bisogno di un offerta centrista, ma rivista in chiave europea?
“Da trent’anni il panorama dell’offerta politica italiana è un incubo. Coalizioni con dentro tutto e il contrario di tutto, il cui unico collante è non far vincere l’altro, programmi di centinaia di pagine piene di nulla. Ma non si fa politica per non far vincere gli altri: la si fa in nome di una visione coerente di società, e delle politiche per raggiungere quegli obiettivi. L’avvento tragico del M5s poi ha dato la mazzata finale all’incerto bipolarismo che avevamo. Le due coalizioni si sono estremizzate: a sinistra vince la linea massimalista che al Jobs Act preferisce il reddito di cittadinanza, e a destra la linea sovranista che alla libertà economica e alla concorrenza preferisce la difesa delle corporazioni. Il Terzo Polo nasce per mettere fine a tutto questo, e dare all’Italia un’offerta politica autenticamente liberale, riformista e popolare. Organizzata come un partito vero, cosa che abbiamo troppo spesso dimenticato: certamente un leader, ma anche classe dirigente, organizzazione, radicamento territoriale, democrazia interna”.

Che Piemonte ha trovato in questi giorni di campagna elettorale? I sondaggi vi danno piuttosto alti anche nei collegi oltre Torino storicamente appannaggio del centrodestra.
“Il Piemonte è una regione meravigliosa, culturalmente vivacissima ed economicamente dinamica, dall’agricoltura al turismo, passando per il manifatturiero. La prima cosa che salta all’occhio è la dotazione infrastrutturale, del tutto inadeguata alla vivacità del territorio, alla sua posizione geografica e soprattutto alle sue potenzialità di sviluppo. Se sarò eletto questo diventerà il mio territorio di riferimento, dinnanzi a cui essere accountable, questa parola che, forse non a caso, non è nemmeno traducibile in italiano, e cercherò di mettere a disposizione esperienza e rapporti al fine di aiutare il più possibile lo sviluppo del territorio, cercando di fare squadra anche con colleghi di altri partiti. Perché comunque vada, il “fare squadra” è la pre-condizione per ogni dinamica positiva di sviluppo delle organizzazioni e dei territori.

Sabato Letta tornerà ad Alessandria e Torino. La bocciatura del jobs act e la difesa del reddito di cittadinanza vi allontanano ancora di più dal Pd. Lei pensa che questi temi in particolare il rdc facciano ancora presa al Nord o porteranno il centrosinistra a una pesante sconfitta?
“Prima con le alleanze e poi con le prese di posizione politiche quali quelle che ha citato, il Pd ha fatto una scelta netta: essere la sezione italiana di Melenchon, non di Macron. Di Corbyn, non di Blair. Una scelta legittima: un’area di socialismo tradizionale esiste in tutto il mondo, ed è giusto e sano che esista anche in Italia. Quello che è un po’ meno giusto e meno sano è che il Pd confonda le acque dichiarandosi, allo stesso tempo, sostenitore dell’Agenda Draghi e del riformismo liberale. Con Fratoianni e Bonelli (ma senza andar troppo lontano, anche con Provenzano, che chiama ancora gli imprenditori “i padroni”) non si è né draghiani, né riformisti, né liberali.

Il Pd agita il rischio democrazia, seppur con una parziale retromarcia, con la vittoria della Meloni. Voi cosa temete dalla leader di Fdi?
“Se vince la Meloni non c’è alcun pericolo democratico. Agitare in continuazione questo spauracchio fa parte della distorsione di questo bipolarismo “contro” anziché “per” di cui ho parlato prima. Il pericolo è ben altro. La Meloni ha una grande esperienza di comizi, ma molto meno di governo: ha fatto la ministra della Gioventù tra il 2008 e il 2011, tra l’altro nel governo che ci stava portando al default. E, cosa ancor più grave, Fratelli d’Italia non sembra esprimere una vera e propria classe dirigente in grado di affrontare con competenza e serietà le enormi sfide che avrà di fronte il Paese nei prossimi anni. E infatti, se guarda bene, dopo le prime uscite populiste, come su Ita e la rete unica di telecomunicazioni, stanno cercando di dire il meno possibile, per evitare gaffes. Ma, per forma mentis, giuro che non riesco a concepire il silenzio come modo migliore per raccontare un’idea di società e di futuro. E quindi per prendere i voti”.

Voi proiettate la vostra offerta verso un ritoro di Mario Draghi a Palazzo Chigi. Pensa davvero che il futuro governo possa essere nuovamente guidato da Draghi?
“Ci aspettano sfide importanti, e non facili. Il caro-energia, l’inflazione, la guerra in Ucraina, la coda di questo incubo che è stato il Covid. E ancora: la discussione in sede europea sul tetto al prezzo del gas e sulla riforma del Patto di Stabilità, l’attuazione del Pnrr, le sfide del nuovo ordine mondiale. Non possiamo permetterci governi improvvisati o populisti. Soprattutto dopo gli anni che abbiamo vissuto, in cui ci si è vantati di aver preso la gente dalla strada e averla messa a fare i ministri, i sottosegretari, i presidenti di commissione. Per questo pensiamo che la cosa migliore per il nostro Paese e non per questo o quel partito, per questo o quel leader sia la prosecuzione del governo Draghi: con quel metodo, con quel programma, con quell’atteggiamento. E, se lui lo vorrà, anche con la stessa persona”.