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Del Barba: "Riforme, la grande opportunità che Italia Viva ha offerto al paese"

L'intervento del parlamentare Mauro Del Barba sul tema delle riforme, 6 marzo 2021.

L’Italia ha un grande problema da moltissimi decenni: le riforme mancate.

E’ un pò come se continuassimo a produrre la cinquecento che tanto piaceva negli anni ‘60 ancora oggi con le stesse tecnologie, gli stessi materiali, lo stesso motore, gli stessi sedili, la stessa rete di vendita, gli stessi stabilimenti, le stesse catene di montaggio: magari piacerebbe il prodotto vintage, ma il business plan non starebbe in piedi. E’ normale che un paese si innovi, realizzi cioè delle riforme, che potranno essere graduali e calibrate, oppure saranno drammaticamente drastiche e repentine.

Le riforme sono l’innovazione della vita politica, istituzionale, sociale. Senza le riforme la società soffre perché è costretta dentro regole che via via mostrano i loro limiti e soffocano la libertà e la crescita.

Perché in Italia continuiamo a tardare?

⁃ Non penso sia solo per via del fatto che ci sono molte categorie che resistono al cambiamento perché nella situazione attuale sono dei garantiti o addirittura dei privilegiati (ce ne sono molte e si muovono con forza perché nulla cambi).

⁃ Non penso sia solo perché le riforme andrebbero calate in contesti territoriali (geografici) e sociali molto differenti e dunque ciascuna parte in causa tema di uscirne danneggiata (l’Italia aumenta le profonde differenze tra nord e sud del paese, città e periferie, ricchi e poveri, etc.)

⁃ Non nemmeno penso sia perché ciascuna forma di rappresentanza in cui è suddivisa la nostra società fatichi per prima a compiere la propria piccola autoriforma (dal basso verso l’alto ogni forma di rappresentanza fatica a trovare la propria via di cambiamento)

⁃ Non penso infine che l’Italia sia irriformabile e i suoi cittadini non vogliano le riforme. Al contrario, nei modi in cui la politica le ha lasciate intendere, la risposta dei cittadini è sempre stata tesa a premiare chi di volta in volta sembrava promettere la capacità di cambiare lo stato delle cose.

Dove sta il problema?

Ovviamente nella politica, intensa nel senso più ampio possibile come sistema dei partiti e livello di partecipazione dei cittadini. Nel suo complesso da troppo tempo non funziona più, se non a singhiozzo, questo meccanismo che deve essere in grado di leggere i bisogni dei cittadini e tradurli in proposte che i cittadini stessi accolgano con favore.

Questo inceppamento che va fatto risalire indietro di almeno 40 anni sta lasciando segni profondi nel paese che, semmai, va letto come resiliente e pieno di risorse: quale altro stato resisterebbe a un deficit tanto grande?

E’ abbastanza chiaro come la politica italiana non sia riuscita ad evolversi da quando le grandi tradizioni post-belliche sono entrate in crisi, precipitando sempre più velocemente in un approccio che da prima ha basato la ricerca del consenso sull’aumento indiscriminato della spesa pubblica (soddisfo i bisogni “momentaneamente” con debito sul futuro dei nostri figli, non con la fatica delle riforme), poi, non potendo più buttare i soldi con l’entrata in Europa, con la ricerca del nemico (seconda repubblica Berlusconi/Comunisti), infine, ed è l’inizio di questa legislatura, con le promesse populiste e le nostalgie nazionaliste, entrambe pericolosamente sganciate dalla realtà, ma alimentate da una comunicazione rapida e veloce dove è divenuto più facile spacciare il falso per il vero.

Non era vero che stavamo facendo benissimo con i vaccini, non era vero che “o Conte o Morte”, non era vero che aprire una crisi avrebbe portato alle elezioni. Ma lo si è potuto far credere con estrema facilità.

Ecco perché ho sempre sostenuto e sostengo che il governo Draghi rappresenti una grande opportunità per la politica e per il paese: qualcuno ha avuto il coraggio di interrompere la folle rincorsa della politica verso la catastrofe, il cui ultimo atto sarebbe stato un Recovery Plan incapace di produrre la crescita e definitivamente in grado di aprire una crisi irreversibile che avremmo pagato duramente fra qualche anno e avrebbero finito di pagare le prossime generazioni.

E’ tutto risolto? Niente affatto. Abbiamo al contrario un’ultima opportunità. Non quella ovvia e necessaria di rimettere nei giusti binari la campagna di vaccinazione e far ripartire l’economia. Bensì quella ancora più importante di guarire il rapporto politica-cittadino. Ci vorranno ben più di due anni per curare un male degenerato in 4 decenni, ma abbiamo la grande e impensabile, fino a qualche settimana fa, opportunità di poterlo fare.

Questa manovra ha prodotto uno spazio vitale dentro cui sarà possibile, per chi lo vorrà, far emergere la capacità di riforma di ciascun partito politico e consentire di ricreare un dialogo con i cittadini perché possa essere compresa. Aver zittito il chiasso assordante di una propaganda a volte cinguettata, a volte instagrammata, a volte strombazzata a reti unificate crea le condizioni perché chi ha una reale funzione riformista utile al paese possa mostrarla e ricavarne adeguato consenso. Come pure chi si è proposto fin qua come zona grigia, bene rifugio, luogo di neutralità delle idee e annullamento del conflitto proponendo semplici immagini e slogan rassicuranti, sia costretto a definirsi con una identità meno immobile.

Fino a quando continuerà il silenziamento della propaganda, messa all’angolo dalla responsabilità dell’unità nazionale, questa incredibile opportunità rimarrà alla nostra portata. Non possiamo giurare sul fatto che alla prima vera flessione della pandemia non si riprenda come e peggio di prima, ma dobbiamo augurarci che non sia così. Draghi ha il compito di garantire salute e ripresa economica: quello di pacificare gli italiani con la politica spetta agli italiani ed alla politica.