riformismo

De Bernardi: "Alla lezione di Marco Biagi bisogna tornare per realizzare una politica riformatrice"

La nota in occasione del ventennale della tragica scomparsa di Marco Biagi, 21 marzo 2022.

Venti anni dopo il tragico omicidio di Marco Biagi cosa resta della sua lezione e del suo sacrifico?

Resta innanzitutto un tragico monito contro la violenza e la radicalizzazione della lotta politica, che in Italia per oltre un trentennio ha lasciato una scia di sangue insopportabile e inaccettabile alimentata da ideologie di destra e di sinistra fuori dal tempo e dalla storia accomunate dal rifiuto della democrazia e dello stato liberale: Biagi fu l’ultima vittima di un lungo elenco che era cominciato nel ‘64 con l’assassinio del carabiniere Vittorio Tiralongo in un attentato di una organizzazione separatista sud-tirolese.

Delle idee degli assassini non resta nulla se non le lapidi e il dolore delle vittime, mai abbastanza ricordate e mai abbastanza additate ad esempio per le giovani generazioni. Ma il loro magistero culturale e civile, quando non direttamente politico, ha lasciato invece una eredità profonda, ancora oggi viva, per l’attualità del loro pensiero, delle loro proposte, delle loro battaglie.

Biagi, come Ruffilli, come Bachelet, come Tarantelli, era un intellettuale “prestato alla politica”, impegnato come giuslavorista nella riforma del mercato del lavoro, che costituiva allora, ma anche oggi, un nodo cruciale per la modernizzazione del paese e soprattutto per garantire la dignità del lavoro messa a repentaglio dalla prima globalizzazione e scarsamente difendibile con le lenti fortemente ideologizzate della tradizione sindacale e politica elaborata nella stagione dell’autunno caldo e dello statuto dei lavoratori.

I massimalisti fino ai suoi assassini lo accusarono di avere precarizzato il lavoro, di aver indebolito il sindacato, di essere una mosca cocchiera del neoliberismo: Biagi era invece un sincero riformista, consapevole che l’onda dei cambiamenti radicali che stava investendo il mercato del lavoro e la condizione operaia non dipendeva dal capriccio del “nemico di classe” ma da processi strutturali che stavano trasformando il rapporto tra capitale e lavoro. A questa sfida bisognava invece rispondere sulla base di scelte e di indirizzi nuovi, ancorati all’Europa che costituiva il centro propulsivo di una nuova visione dell’organizzazione del lavoro. La sua lezione non è stata accolta per intero nemmeno dai governi di centro-sinistra per la sua radicalità e la novità del suo approccio: ma a distanza di vent’anni ancora a quella lezione bisogna tornare per realizzare una politica riformatrice che metta al centro il lavoro e la sua partecipazione alla vita dell’impresa, liberata da vincoli ideologici paralizzanti. Da questa visione Italia Viva si sente ispirata nella sua battaglia concreta.