11/11/20

Caffè europeo #6

Continua il Caffè europeista: trattiamo temi d’attualità per aggiornarvi sulla realtà di Bruxelles.

 

La nuova presidenza USA: quale impatto per l’Europa?

Dai fast-food a Halloween, dal GPS alle bibite gassate, è difficile sottostimare l’influenza degli Stati Uniti sul Vecchio Continente, sia in termini di costume che di tecnologia. Gli USA sono la prima economia mondiale, sono al primo posto come produttori di petrolio, come spesa militare e come esportatori di armi. Ma sono anche un buon cliente per l’Italia, al terzo posto come destinatari del nostro export.

Quindi tutto ciò che accade dall’altra parte dell’Atlantico ci riguarda da vicino, con conseguenze che si riflettono su scala globale. Gli Stati Uniti sono la più grande democrazia del mondo, ma paradossalmente anche una delle società meno equilibrate del pianeta: dove chi non ha denaro non solo non ha speranza di ambire a posti di responsabilità, ma non ha diritto neanche alla salute; dove lobby e interessi delle multinazionali controllano tutte le decisioni governative, prime fra tutte quelle relative all’ambiente e alle armi. I cittadini americani sono persuasi che il loro Paese sia ricco di opportunità, anche se gli USA sono meno mobili di quasi ogni altra democrazia industrializzata al mondo. Ma gli americani credono ciecamente al liberismo del loro Paese, convinti della possibilità della scalata sociale, fiduciosi nel futuro.

Dopo una battaglia all’ultimo voto, Joe Biden - politico di lungo corso da 47 anni, già Vice-Presidente con Obama - emerge vincitore come 46esimo presidente degli Stati Uniti d'America, in ticket con la Vice-Presidente Kamala Harris, di origini indiane e giamaicane, prima donna a ricoprire questa carica. L'insediamento  è previsto per il 20 gennaio 2021, in un clima tutt’altro che di continuità, con il predecessore Donald Trump impegnato in un contrattacco ai limiti della correttezza istituzionale, e al momento non disposto al benché minimo gesto di collaborazione istituzionale, dal negato accesso anticipato ai file sensibili della Casa Bianca per il nuovo team di transizione, sino al probabile rifiuto del concession speech, tradizionale rito di passaggio fra due presidenze.

Chi è Joe Biden? Cresciuto nel Delaware come primo figlio di una famiglia cattolica, la sua giovinezza è segnata da un evento drammatico: a 30 anni perde la moglie e la figlia in un incidente d’auto. Laureato in scienze politiche e specializzato in legge, esercita l'attività di avvocato per un breve periodo, per poi dedicarsi con grande intensità e passione alla vita politica, venendo eletto a 30 anni senatore nelle fila del Partito Democratico. Esponente dell’area moderata del partito, ha attraversato tante stagioni diverse della politica americana, aderendo nell’ultimo decennio all’ideologia neoliberista, appoggiando i trattati di libero scambio che, fra l’altro, hanno accelerato la delocalizzazione di fabbriche dal territorio nazionale. L’ala più radicale del partito non ha mai smesso di biasimare alcune dure leggi della politica giudiziaria in materia penale, approvate da Biden quando era senatore, che hanno contribuito a riempire le carceri di giovani afro-americani.

Politico esperto, Biden ha ricoperto nei decenni numerosi incarichi di alta responsabilità. Sembra l’uomo perfetto per gestire questa fase della politica americana, con un popolo diviso da numerosi conflitti sociali, che attende di essere riunito da un uomo onesto che sappia innovare inserendosi nella tradizione. Politico centrista, Biden è l’uomo giusto per cercare quel dialogo con il Partito Repubblicano, reso imprescindibile dall’evidenza che il Senato resterà probabilmente in mano repubblicana, anche considerando che la costituzione statunitense prevede che la camera alta si rinnovi solamente per un terzo in occasione dell’election day. Fatalmente, la sfida che si prospetta per Biden è di trovare la giusta alchimia fra aperture ai repubblicani e concessioni all’ala più a sinistra dei democratici.

Sarà decisiva, fra l’altro, la reazione dell’establishment repubblicano nei confronti del presidente uscente Trump, che aveva preso il partito da outsider, orientandolo all’estremo dello spettro politico. Riusciranno dunque i repubblicani a estromettere Trump, o resteranno imbrigliati in un conflitto interno per la paura di perdere il sostegno elettorale di cui, pur da sconfitto, gode al momento il tycoon?

Osserveremo presto la composizione del governo Biden per intuire l’orientamento generale della presidenza Biden. Riuscirà la futura amministrazione a incanalare i crescenti impulsi nazionalisti in direzioni internazionaliste? In chiave internazionale, Biden potrebbe ricucire i rapporti con la Cina, riportare gli Stati Uniti nell’accordo di Parigi sul clima, ma le posizioni su questi e altri dossier decisivi dipenderà dal già citato equilibrio interno della politica americana, e dall’intreccio di fattori sociologici di lungo periodo.

Il concetto trumpiano di “America First”, a dire il vero, non è stato affatto inventato da Trump, ma aleggiava già da tempo nella società USA. Con la Guerra Fredda gli Stati Uniti avevano la necessità di trovare alleati in grado di fronteggiare la minaccia sovietica, offrendo garanzie di sicurezza e libero mercato in cambio del sostegno politico e militare. Ma sostenere una guerra per l’egemonia globale è costoso, e occuparsi di quanto accade a migliaia di chilometri dalle loro coste è uno spreco di risorse. Oltre il 60% degli americani oggi vorrebbe che gli Stati Uniti si concentrassero soltanto sulla sicurezza interna, sulla protezione dei posti di lavoro in patria e sulla riduzione dell’immigrazione illegale. L’invecchiamento della popolazione mondiale e l’aumento dell’automazione – in cui gli USA hanno un enorme vantaggio tecnologico – stanno modificando le dinamiche di potere internazionale a favore degli Stati Uniti, che hanno una crescente popolazione in età lavorativa.

Il Novecento, “secolo americano”, era costruito su una visione liberale del ruolo degli Stati Uniti nel mondo, mentre oggi potremmo avviarci a un secolo sempre americano, ma meno liberale. L’America potrebbe quindi aiutare gli alleati ma farli pagare di più per la protezione, imporre i suoi standard normativi e usare ogni strumento possibile – tariffe, sanzioni finanziarie, restrizioni sui visti, spionaggio informatico, attacchi di droni – per strappare il miglior accordo possibile sia dagli alleati che dagli avversari. Potrebbe comportarsi meno come guida di una grande coalizione e più come implacabile superpotenza: un colosso economico e militare privo di impegni morali, aggressivo e pesantemente armato.

Comunque vada, vogliamo salutare con ottimismo e fiducia il vento di cambiamento annunciato dal nuovo ticket presidenziale, accogliendo l’invito formulato dallo stesso Presidente eletto Biden: “let's give each other a chance” [diamoci una possibilità, n.d.r].

 

Pausa caffè con Ivan Scalfarotto, Sottosegretario di Stato al Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale,  Italia Viva

 

D: Caro Ivan, come possiamo leggere i risultati delle elezioni USA del 3 novembre? Esito prevedibile o colpo di scena?

 

R: La vittoria di Biden non è da considerarsi una sorpresa, ma certo si è trattato di un percorso a ostacoli, uno spoglio lunghissimo, un’attesa di giorni e notti in cui tutto il mondo è stato davanti alla CNN per seguire la vicenda. Ma soprattutto è una storia che riserva ancora dei colpi di scena considerato che Trump non solo non ha ancora riconosciuto la vittoria dell’avversario, ma si rifiuta apertamente di uscire dalla Casa Bianca e annuncia una batteria di azioni legali. La sensazione è che, sebbene sia chiarissimo che Biden abbia vinto le elezioni – peraltro con un numero di voti popolari da record – questa sia una vicenda che ci riserverà ancora nuove puntate e molte sorprese.

 

D: Osserviamo che il Presidente eletto Joe Biden, di 78 anni, è il più anziano di sempre. Possiamo sperare che, ciononostante, egli si dimostri il Presidente più innovativo?

 

R: Non mancano gli esempi di leader eletti in tarda età che sembravano dover essere soltanto dei “pontieri” e che invece hanno lasciato un segno nella storia: la memoria corre immediatamente a Giovanni XXIII, il cui papato si annunciava come una mera transizione e che invece rivoluzionò la Chiesa romana con il Concilio Vaticano II. Io credo che l’età avanzata possa attribuire in alcuni casi anche una sorta di audacia, di maggiore libertà di azione. Biden è un uomo che è stato in Senato per quasi 50 anni, ha già fatto il vicepresidente per otto anni, ha superato vicende personali come la perdita della prima moglie e di due figli: credo possa dare il meglio di sé preoccupandosi principalmente della nazione e del suo popolo. Non deve costruirsi una reputazione. La sua storia parla già oggi, prima ancora che cominci a lavorare.

 

D: Henry Kissinger diceva che “in realtà, la globalizzazione è un altro nome con il quale si esercita il ruolo dominante degli Stati Uniti”. Che ruolo giocheranno gli Stati Uniti nel prossimo futuro? Una superpotenza liberale e proattiva, oppure illiberale e predominante?

 

R: Torneranno spero a giocare il loro ruolo tradizionale: quello della più influente democrazia liberale del mondo. Fino a Trump gli Stati Uniti, pur con le differenze tra i vari presidenti, hanno sempre accettato oltre agli onori, anche la responsabilità di essere una superpotenza. Mi auguro che tornino a collaborare e a interagire con l’Europa, a difendere il multilateralismo, il diritto internazionale, il futuro del pianeta. L’annuncio di Biden di voler prontamente rientrare negli accordi di Parigi è certamente un buon segnale in quella direzione.

 

D: Quali sono le prossime sfide per le relazioni transatlantiche fra Europa e Stati Uniti?

 

R: Il primo banco di prova sarà quello del commercio. Ci troviamo proprio nel mezzo di una disfida a base di dazi derivante da due decisioni dell’OMC (la prima su Airbus, contro l’UE, e la seconda, molto recente, su Boeing contro gli USA) che consentono alle due parti di imporsi reciprocamente tariffe su vari prodotti di esportazione. Questa situazione rischiava di trasformarsi in un’escalation, dato che l’UE ha deciso di mettere in pratica subito il suo diritto a imporre dazi sulle merci americane in modo da far pressione sulla parte USA perché ritiri i dazi sulle merci europee già in vigore da circa un anno. Vedremo subito se con la nuova amministrazione Biden le cose cambieranno e le parti, come tutti speriamo per il benessere di entrambe le economie, addiverranno a più miti consigli.

 

Un EUforico abbraccio,

Louis e Matteo - Italia Viva chiama Bruxelles

 

 

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