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Boschi: «Non siamo oggetti a disposizione dei maschi. Bisogna educare al rispetto»

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Intervista a Maria Elena Boschi per «La Repubblica» del 29-08-2025

di Concetto Vecchio

Onorevole Maria Elena Boschi, come ha scoperto che le sue foto erano finite su Phica?

«Dai giornali. L'altro giorno, quando ho letto della denuncia delle mie colleghe, Alessandra Moretti e altre, ho detto: stai a vedere che ci sono dentro anch'io».

Non è andata a vedere?

«No, sono in vacanza, e non avevo voglia di rovinarmi la serata. Purtroppo non è la prima volta che mi capita. Prima ho provato a entrare, ma il sito risulta inaccessibile».

Ricorda la prima volta?

«Quando giurai al Quirinale, nel 2014, da ministro, davanti a Napolitano...».

Le foto del giuramento?

«Sì, vennero trasformate in un fotomontaggio nel quale io giuravo in tanga. Finirono sul web. E alcuni quotidiani addirittura le pubblicarono».

Ed è successo altre volte?

«Sì, foto mie alterate, a sfondo sessuale. Immagini disgustose, vomitevoli».

Cosa si prova?

«È dura nei confronti di chi ti vuol bene, i tuoi genitori, i tuoi fratelli, il tuo compagno. Non vuoi che le vedano».

Com'è venuto a saperlo in passato?

«Segnalazioni di persone che ti invitano a fare denuncia. O altri che invece provano gusto a inviartele: "Guardi qui cosa gira". Anche quella è una molestia».

Come si comporta? Denuncia sempre?

«Ho denunciato nei casi più gravi. Purtroppo farlo non è facilissimo, perché non sempre è semplice individuare l'identità di chi ti offende».

Non ci si iscrive con una mail ad una piattaforma?

«Ma lo si può fare anche con una fasulla. E quindi spesso agli inquirenti mancano gli strumenti per poterle perseguire queste persone».

Come se ne esce?

«Bisognerebbe pretendere di iscriversi con il codice fiscale, così la persona è immediatamente individuabile dalla polizia postale. È ancora più necessario se vogliamo tutelare i minori, che possono diventare oggetto di abusi. Con Marianna Madia abbiamo presentato una proposta di legge per cercare di regolamentare l'uso dei social per i minori».

Ma denunciare non è la via maestra?

«Sì, certo, denunciare è molto importante. Io faccio sempre anche la segnalazione alla piattaforma. E devo dire che rispetto a dieci anni fa ora c'è molta più attenzione a oscurare o rimuovere l'immagine incriminata. Anche se non sempre i tempi coincidono con la viralità della rete».

L'omicidio di Giulia Cecchettin aveva sollevato una grande emozione, ma due anni dopo i femminicidi continuano come prima.

«È vero restano troppi, ma penso che il femminicidio di Giulia abbia segnato uno spartiacque nell'opinione pubblica. Grazie anche alle parole e all'impegno della sorella Elena e soprattutto del padre Gino. Un uomo in prima fila contro la violenza sulle donne è un segnale forte».

Cosa ci dice degli uomini il gruppo Facebook "Mia moglie"?

«Che vedono le loro compagne come una sorta di proprietà, un oggetto a disposizione, che puoi condividere online con gli amici o con gli estranei».

Il governo ha annunciato un giro di vite.

«Come per il femminicidio questo è un tema in cui bisogna lavorare insieme con la maggioranza. Però il governo fa molto resistenza a parlare di educazione all'affettività, al rispetto tra uomo e donna nelle scuole, perché preferiscono un approccio securitario, repressivo, che però non può essere l'unica risposta».

Da dove comincerebbe?

«In Danimarca hanno fatto una legge che tutela il diritto d'autore anche sulle foto che pubblichiamo sui social. Se te le rubano, o manipolano, puoi denunciare la violazione».

E poi?

«Bisogna pensare ad accordi internazionali. Una legge nazionale rischia di essere inefficace, perché le principali piattaforme sono americane».

Il rischio è che nasca subito un altro sito osceno. Come si può difendere una donna che sta sui social?

«Ma qui il tema non è la donna che posta la foto. Una ragazza deve essere libera di farlo, perché sennò torniamo a dare la colpa alla minigonna per gli stupri».

Vede questo rischio?

«Sì, che diventi una sorta di repressione della libertà femminile. Il punto non è cosa devono fare le donne per difendersi, ma quando gli uomini, non tutti per fortuna, ma una minoranza, anche se sempre inaccettabile, smetteranno di fare loro violenza».

È su questa mentalità che bisogna lavorare?

«Sennò partiamo sempre dal presupposto che sono le donne a dover fare qualcosa di più, mentre bisogna incrinare il rapporto uomo-donna basato sulla commercializzazione, lo sfruttamento e l'oggettivazione della donna».

Trova che gli uomini siano troppo silenti sull'argomento?

«Hanno fatto passi avanti. Ma non basta. La prossima intervista dovrebbe farla a un uomo».