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Borghi: «L’Italia non può restare fuori dalla nuova Europa della sicurezza»

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Intervista a Enrico Borghi per «Linkiesta» del 11-03-2026

di Tommaso Alessandro De Filippo

L’invasione dell’Ucraina da parte di Putin segna la rottura dell’ordine nato dopo la Seconda guerra mondiale. E tra guerra ibrida, tecnologia e nuove alleanze l’Europa deve scegliere da che parte stare, avverte il vicepresidente di Italia Viva.

«La guerra in Ucraina si inserisce in un quadro geopolitico ben più ampio, secondo quella che il premier canadese Mark Carney al Forum di Davos ha definito la rottura, e non la mera trasformazione, dell’ordine mondiale». A dirlo è Enrico Borghi, senatore e vicepresidente di Italia Viva, membro del Copasir. «Se si preferisce l’utilizzo del titolo del nuovo libro di Maurizio Molinari, possiamo chiamarla “Scossa globale”: viviamo il definitivo superamento del perimetro che ha garantito all’Occidente 80 anni di pace, difesa e sicurezza, dopo la Seconda guerra mondiale».

Il punto focale della trasformazione è il confronto molto serrato in essere tra Stati Uniti e Cina, impegnati a contendersi la leadership globale. Lungo questo crinale corrono delle faglie di Sant’Andrea su cui si scatenano metaforici terremoti, nota Borghi. «La prima faglia è l’Ucraina, poi la Striscia di Gaza e la terza, potenzialmente, può essere l’Iran. Non valutare lo scenario complessivo e circoscrivere il focus a un singolo stato di tensione impedisce di comprendere cosa realmente accada nel mondo».

Tuttavia, è imprescindibile tener conto che con l’invasione su larga scala lanciata dalla Russia quattro anni fa il leader Vladimir Putin abbia iniziato una grande partita a scacchi. Borghi ricorda come alcune delle caratteristiche del suddetto gioco siano pazienza e disponibilità di tempo: l’Occidente liberale ne è privo, a differenza di Mosca. «Con la guerra, Putin ha innescato un domino potenzialmente in grado di disarticolare le due istituzioni sopranazionali fiore all’occhiello dell’Occidente, ovvero Nato e Unione europea. Se vincesse in Ucraina, l’architettura europea collasserebbe».

Un allarmante monito che non è stato raccolto da alcune opinioni pubbliche euroatlantiche, ancora tendenti a circoscrivere la guerra in Ucraina a una crisi regionale, simile alla guerra civile irlandese interrotta con gli Accordi del Venerdì Santo, oppure il terrorismo dell’Eta ai tempi di Francisco Franco, superato nella Spagna democratica.

Il conflitto è comunque un rischio pure per il regime al potere in Russia, ovvero «un Paese cesellato attorno ai grandi eventi bellici che non può permettersi il lusso di non chiudere con una vittoria quest’avventura militare», dice Borghi. «Mi spiego meglio: la Russia nel Novecento ha combattuto tre grandi guerre. Fu sconfitta nella prima con il Giappone, nel 1905. L’evento innescò la prima grande crisi del sistema dello zarismo, per la cui risoluzione i vertici del regime sfruttarono propagandisticamente l’ingresso nella Prima guerra mondiale. Eppure, la stessa finì paradossalmente per creare il substrato da cui nacque la rivoluzione bolscevica». È stata invece la vittoria maturata nella Seconda guerra mondiale, che per Mosca è la Grande guerra patriottica, a trasformare l’Urss nell’alter-ego globale degli Stati Uniti, per la seconda metà del Novecento. Putin conosce la storia del proprio Paese ed è consapevole che una sconfitta o una non vittoria in Ucraina si ripercuoterebbe drammaticamente sul fronte interno russo. Pertanto, non accetterà alcun compromesso, pure perché la guerra è per lui normalità strutturale.

Ricorda Borghi che «Putin ha iniziato la guerra in Cecenia appena arrivato al potere, poi ha lanciato un conflitto nel Caucaso, successivamente invaso la Georgia nel 2008 e ancora la Crimea e il Donbas dal 2014 a seguire. È intervenuto militarmente in Siria, nel Sahel, in Libia. Considera lo strumento bellico un elemento volto a consolidarne il potere interno e proiettare la potenza russa a livello globale».

L’invasione dell’Ucraina corrisponde allo sparo di Sarajevo dei giorni nostri: uno spartiacque che stravolge irreversibilmente lo status quo. Di questo cambiamento urge assumere consapevolezza: in Ucraina si combatte una guerra convenzionale con trincee, uomini nel fango e bombardamenti. Essa evolve in tecnologica grazie all’utilizzo di droni e satelliti, fino a raggiungere l’uso dell’intelligenza artificiale che la trasporta in nuovo dominio: quello delle operazioni psicologiche, appartenenti al concetto di guerra ibrida russa partorito dal capo di Stato maggiore, il generale Valery Gerasimov. Un tema che «tira in ballo le opinioni pubbliche dei Paesi che sostengono l’Ucraina, da inquinare con la disinformazione che promuove una narrazione falsa secondo cui la Russia starebbe vincendo la guerra», dice Borghi. «Questa strategia mira a convincere i decisori politici che aiutare ancora l’Ucraina sia inutile. Io definisco quanto descritto “guerra cognitiva”: un fenomeno in corso, da cui difendersi non ignorandone né le metodologie né sottovalutandone le conseguenze. La rivoluzione tecnologica è il vero game changer, basta leggersi cosa ha scritto in proposito qualche giorno fa il più grande imprenditore italiano, Andrea Pignataro».

Per rispondere alla minaccia, le democrazie devono salvaguardare dibattito pubblico, scambio di opinioni e libertà d’espressione, tenendo però a mente la trasformazione in corso che incrocia la rivoluzione tecnologica con quella geopolitica: su quest’aspetto l’intelligenza artificiale – se non governata – potrebbe danneggiare irreparabilmente le nostre società, dato che la stessa è già impiegata dalle autocrazie ai fini di condizionamento delle opinioni pubbliche occidentali. Di conseguenza, urge aprire una discussione politica in Italia su questi argomenti.

«Come Italia Viva abbiamo depositato un disegno di legge per la creazione di un’Agenzia per la sicurezza cognitiva e la tutela contro la disinformazione, non con finalità di censura ma per fornire chiavi interpretative rispetto a quanto accade in presenza di fatti di guerra ibrida. Un esempio? Immediatamente dopo il 7 ottobre, i muri della Francia vennero riempiti di svastiche, scritte antisemite e stelle di David disegnate accanto a scritte ingiuriose. Ebbene, l’agenzia per combattere la manipolazione delle informazioni – istituita dal governo francese già nel 2021 e chiamata Viginum – ha scoperto che dietro l’iniziativa vi fosse un’azione coordinata di guerra ibrida condotta dai russi».

Pure la Svezia ha dato vita a uno strumento simile, denominato Agenzia per la difesa psicologica. Emerge la necessità di un intervento legislativo in Italia, con la consapevolezza che quanto succede sia parte di una strategia complessiva messa in campo dai nemici delle democrazie.

Analizzando l’approccio degli Stati Uniti al tempo della seconda presidenza di Donald Trump, il senatore Borghi nota come egli abbia stravolto l’approccio internazionale classico degli Stati Uniti, che puntava a un ordine di sicurezza internazionale nel quale gli stessi fossero il caposaldo del diritto internazionale e il poliziotto del mondo. Due pilastri a cui all’inizio del millennio si è aggiunto il concetto dei neocon per l’esportazione della democrazia. Questa tradizione di politica estera non esiste più: «Trump reputa l’ordine internazionale basato sulle regole un’astrazione irrealistica ed è convinto vada ridefinito l’approccio degli Stati Uniti nel panorama geopolitico, soprattutto nell’area dell’emisfero occidentale. A questo scopo, annichilisce l’etica del sistema internazionale sviluppato sulle alleanze introducendo un elemento tipico del mondo degli affari: delinea un obiettivo da conseguire di volta in volta, attorno a esso incasella chi siano gli alleati e i nemici, utili al raggiungimento dello stesso o una minaccia da sradicare perché potenzialmente capaci di intralciarne gli scopi. Per lui è il “deal” a guidare le alleanze, e non le alleanze a creare il “deal”. E quindi il sistema di relazioni è intercambiabile, mantenendo al centro solo “America first”».

Il senatore Borghi si concentra poi su quanto espresso da Trump in merito ai rapporti da intrattenere con l’Europa, intesa come continente composto da singoli Stati e non soggetto politico unitario. Il presidente statunitense ha usato la raccapricciante espressione «nazioni sane», riferendosi a quelle con cui gli Stati Uniti debbano stringere accordi bilaterali su difesa, energia e settore tecnologico. Scardinare l’Unione Europea è per costui un’urgenza ma la riuscita dell’intento può avvenire solo con il sostegno di un grimaldello a lei interno.

L’avrebbe trovato nell’Italia guidata da Giorgia Meloni: «Non è un caso che sia stata invitata alla Casa Bianca immediatamente dopo la scena che tutti ricordiamo, con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky brutalizzato nello Studio Ovale, nel febbraio 2025. La presidente del Consiglio va a Washington poche settimane dopo, non fa alcun riferimento ai dazi già paventati e annunciati da Trump contro l’Unione europea, piuttosto sottoscrive una dichiarazione sulla base della quale si predispone che l’Europa – e soprattutto l’Italia – diventi dipendente dagli Stati Uniti nel settore energetico con l’acquisto di gas naturale liquefatto, elimini le imposte fiscali nei confronti delle big tech del digitale e acquisti una dose massiccia di armi americane. Esattamente il programma enunciato da JD Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di un anno fa, quando ci definì con leggiadria “parassiti” senza che Meloni muovesse un ciglio».

Un quadro antitetico alla realizzazione di un’autonomia strategica dell’Europa che porti in seguito alla stipulazione di un’intesa politica con gli Stati Uniti sui settori chiave, senza però generare dipendenza da Washington. L’atteggiamento di Trump ha comunque prodotto un risveglio tra alcuni Stati d’Europa, dando vita a soluzioni come la coalizione dei volenterosi che prende corpo tra Francia, Germania e Regno Unito attorno al tema della riorganizzazione dell’industria bellica europea, oltre che della continuazione del sostegno alla resistenza ucraina. In questo scenario, conclude Borghi, «per l’Italia è molto elevato il rischio di entrare in una dimensione strumentale per quanto concerne la politica di Trump e restare fuori dalla partita giocata dagli europei. Sta nascendo un asse franco-anseatico che partendo da Parigi arriva a Varsavia passando per Berlino e dialogando con Londra. Un asse che nel post Ucraina potrebbe diventare il perno di una nuova Europa. Un asse dal quale noi rischiamo di rimanere tagliati fuori, a causa dell’equilibrismo e delle ambiguità della destra di Meloni, che ha il portafoglio a Bruxelles ma il cuore nell’agenda Maga».