16/10/20
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Bellanova: "Riformismo è fare proposte e gestire il conflitto"

Intervista di Claudia Arletti, "il Venerdì di Repubblica", 16 ottobre 2020.  

Una delle accuse che le rivolgono è di essersi schierata con la lobby del polpo. Il polpo, sì. Teresa Bellanova, ministra (renziana) delle Politiche agricole, tempo fa ha firmato un decreto che quintuplica il numero massimo di trappole per imbarcazione, e agli ambientalisti non è andata giù. Altri nemici da mettere in elenco, «ma pazienza, agisco nel rispetto delle norme» dice nel suo ufficio, circondata da uno staff di sole donne.

Non è un momento glorioso per la ministra pugliese che a 15 anni guidava le braccianti contro i caporali. Ma anche se i giornali (in primis quelli di destra) le affibbiano flop su tutta la linea, lei ostenta sorrisi e buonumore.

Flop numero 1: i lavoratori stranieri regolarizzati con la sua riforma sono molti meno dei 600 mila che si ipotizzava.
«Vuole sapere se si poteva fare di meglio? La risposta è sì. Fosse stato per me, avrei concesso più tempo e non avrei distinto tra edilizia, logistica, lavoro domestico ecc., così da coinvolgere tutte le vittime del caporalato. Ma nella maggioranza il disaccordo era totale, quindi ecco la mediazione. Costruita con infinita pazienza. Oggi siamo arrivati a 207 mila richieste di permesso di soggiorno per lavoro. E poi ci sono altre 12.986 domande di soggiorno temporaneo, cioè per soli sei mesi. Se nel frattempo queste persone troveranno un'occupazione, diventerà un permesso di soggiorno per lavoro. Sa chi sono? Quelli che non hanno trovato un imprenditore disposto ad accompagnarli a fare i documenti, quelli che a Treviso lavoravano per 20 euro al giorno... Gente coraggiosa, che ora rischia tutto».

Ma questi 207 mila come dobbiamo considerarli? Tanti o pochi?
«Un giorno mi si accusa di volere riempire il Paese di immigrati; un altro dicono che è stato un fallimento. Io faccio un conto di cui vado orgogliosa: se nei ghetti delle campagne vivono duemila o tremila persone, quanti ghetti abbiamo svuotato?»

Pianse durante la conferenza stampa per presentare la regolarizzazione degli "invisibili". Salvini l'ha paragonata a Elsa Fornero.
«Mi sono imposta a lungo di non mostrare le mie emozioni. Poi ho capito che mi facevo violenza. Salvini avrebbe potuto anche commentare la mia forza. Ma non intendo fare la vittima visto che ho avuto compagne finite sotto terra».

Flop numero 2. Nel suo paese, Ceglie Messapica, Italia Viva ha preso solo 48 voti. Brutta storia.
«Ho lasciato Ceglie a vent'anni. E sa perché? Cercavo di organizzare con le braccianti l'autogestione del trasporto fino ai campi. Per il caporalato non era sopportabile. Entrarono armati nella Camera del lavoro, una domenica mattina; mi salvai perché delle famiglie che abitavano di fronte avvertirono la polizia. Chiamarmi a rispondere di un comune dove neanche vivo è strumentale».

Però a Italia Viva è andata male in tutta la Puglia. Non era meglio mediare?
«Non era proprio possibile. Abbiamo condotto una battaglia di minoranza e Emiliano ha vinto. Se abbia vinto la politica, con tutte quelle contraddizioni e con quel sistema di potere, lo vedremo».

Ci racconti un episodio cui tiene del suo passato di giovane sindacalista.
«Un'assemblea all'istituto magistrale di Brindisi, fine anni 70. Un momento importante. Quando ti trovavi nel meccanismo del caporalato -"domani tu lavori", quindi domani la tua famiglia ha il pane - spesso subivi anche molestie e abusi. Le più grandi erano restie a parlarne. Con quell'assemblea in un certo senso sfidammo anche le madri».

Prima lo strappo con la Cgil, poi con il Pd. Le hanno dato della voltagabbana, della rinnegata.
«Chi lo dice non mi conosce, o è in malafede. Sono sempre stata una riformista. Quando facevo la segretaria provinciale Cgil dei tessili, a Lecce, affrontammo la questione del gran numero di aziende contoterziste, che lavoravano per marchi importanti della moda, dove non si rispettava il contratto. Magari la busta paga c'era, ma lo stipendio reale era la metà. Alle aziende proponemmo: prendetevi quattro anni per contrattare condizioni migliori con i committenti con il nostro aiuto, però vi impegnate ad aumentare gradualmente le paghe».

Quattro anni. Graduale davvero.
«Non era un cedimento, prendevamo atto che la situazione era difficile. Se ancora oggi molte di quelle aziende lavorano è perché allora non le aggredimmo. Una sana pratica riformista consiste nel fare proposte e nel gestire il conflitto. Nella riforma del lavoro del governo Renzi c'è pure la norma contro le dimissioni in bianco. Ci sono state cause in questo Paese, anche alla Rai, anche in aziende ad alta redditività, dove con l'assunzione firmavi un foglio in bianco che - se restavi incinta o chiedevi che ti pagassero gli straordinari - si trasformava in una lettera di dimissioni. Ora non può più succedere».

Dal Quarto Stato al Jobs Act però è un bel salto.
«Approfondendo i problemi, ho affinato alcune posizioni. Ma sono ancora iscritta alla Cgil, pensionati. E spero che la Cgil mi consideri una sua iscritta».

Anche con gli ambientalisti è ai ferri corti «Il lavoro prima di tutto». Ricorda tanto il vecchio Pd...
«Ho allergia per chi ha un approccio aristocratico e snob ai problemi. Scienza e tecnica ormai ci permettono di conciliare lavoro e salute. Per l'Ilva, dopo 36 incontri sfibranti al tavolo del Mise, avevamo trovato un modo per tenere insieme il rispetto dell'ambiente, quello della salute e la produzione. Ma è più facile far proclami che portare un imprenditore a un tavolo e ragionare. All'Ilva, a forza di proclami, i lavoratori sono in gran parte in cassintegrazione e il processo di risanamento è pressoché fermo. Quando ventimila persone restano senza lavoro e ti trovi con una seconda Bagnoli, con un altro cimitero, che cosa fai? Il Pci non c'entra. La mia è sana pratica riformista».

Oltre all'Ilva, c'è anche la Tap.
«Ah sì, io e Renzi siamo stati trattati come gli stupratori delle coste. Per la Tap, per l'Ilva e tutto il resto vivo con la tutela dal 2014. Il gas è fondamentale per il Paese. E la Tap è quasi ultimata: andate in Salento, a San Foca, e ditemi se la spiaggia è stata distrutta».

Noi del Venerdì ci siamo andati, ed effettivamente... Ma procediamo: ha pure chiesto ai supermercati di farla finita con gli sconti perpetui. Non si aspetti applausi dalle famiglie alla fame.
«Per me il diritto al cibo andrebbe messo nella Costituzione. Ma se tutte le settimane il prezzo della carne e dei pomodori è inferiore a quello di produzione, bisogna pur dire che qualcuno paga quella differenza: i lavoratori, un imprenditore che non ce la fa ad andare avanti, il consumatore cui magari non è garantito un prodotto a norma. È una pratica sleale. Ho proposto alla grande distribuzione di pagare in modo equo gli agricoltori».

Risposta?
«Il confronto va avanti».

«La meritocrazia è il mio parametro»: conferma?
«La frase esatta era "la meritocrazia è di sinistra". L'85 per cento degli italiani trova ancora lavoro per vie amicali e parentali. Se non hai il merito a presidiare i concorsi, vince l'arbitrio».

Lei ha la terza media e fa la ministra: scusi, ma dov'è il merito?
«A 14 anni non potevo fare altrimenti, era scontato che aiutassi la famiglia e lasciassi la scuola. Poi la mia vita è stata un passo avanti dopo l'altro. Se sia giusto o no che oggi sieda qui, va valutato considerando ciò che faccio. Certo, non sono orgogliosa di non avere studiato, e anzi è un cruccio».

Avrebbe potuto rimediare.
«Già, ma vivo il lavoro in modo totalizzante. Entro qui alle 8 ed esco alle 10 di sera. Sempre così. Al sindacato mi capitava di restare chiusa dentro».

Le è successo anche al ministero?
«Non si chiude in ufficio un ministro».

In Parlamento ci sono due proposte di legge, una a firma Meloni e l'altra Carfagna, per perseguire chi va all'estero per avere un bebè con l'utero in affitto. Lei cosa dice?
«Ho voluto mio figlio con tutte le mie forze. Ma il desiderio di maternità odi paternità non può essere esaudito a spese di altri. E nessuno mi convincerà mai che si può accettare di portare avanti una gravidanza per il gusto di fare un regalo a qualcuno».

L'ha più messo il vestito blu del giorno del giuramento, quello per cui è stata tanto criticata?
«Ora che mi ci fa pensare, è il momento di tirarlo fuori dall'armadio».