23/01/21
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Bellanova: “Rifiutiamo un mercato svilente, ci si confronti sul programma”

Intervista di Barbara Jerkov, Il Messaggero, 23 gennaio 2021

Senatrice Teresa Bellanova , prima di tutto una domanda personale: sempre convinta di aver fatto bene a dimettersi? 
«Sì, sono a posto con la mia coscienza. Per mesi abbiamo posto questioni rilevanti ma senza risposte. Per me è stato oltremodo doloroso lasciare tanto lavoro a metà, ma non dimentico tutte le battaglie fatte: per gli invisibili, per il Fondo ristorazione, per le emergenze alimentari, per la decontribuzione, per mettere in sicurezza un settore straordinario che ha servito il Paese con responsabilità istituzionale. Continuerò ad occuparmi di materie che ritengo strategiche. Sono cresciuta con l'idea che la politica serva a qualcosa, non a qualcuno. Non eravamo al Governo per vivacchiare ma per affrontare i problemi, a viso aperto. Siamo stati gli unici a puntare il dito contro un immobilismo pericolosissimo. Per noi è molto chiaro: l'emergenza non può essere il salvacondotto per il Governo. Che invece ha solo un compito: affrontarla come si deve. Adesso sembra che tutti vogliano correre. Evidentemente questo gesto forte era necessario». 

Perché non avete colto l'offerta, sia pure in extremis, del premier di un tavolo programmatico evitando uno strappo difficile ora da ricucire?
«Quei temi meritano risposte nel merito che non sono arrivate. Non dico la risposta, dico almeno la disponibilità concreta a discuterne. La lettera al Presidente Mattarella è stato solo l'ultimo atto». 

Il gruppo di centro su cui puntava Conte non sta decollando e in queste ore non c'è chi non parli di rischio elezioni. Una possibilità più concreta rispetto a sette giorni fa?
«La minaccia di elezioni è un'arma spuntata e il richiamarle costantemente produce solo un ulteriore indebolimento della politica. Recovery Plan e vaccini sono determinanti per la ripartenza: non può essere una maggioranza numerica recuperata alla bell'e meglio o una politica impegnata nella campagna elettorale a determinare la qualità che serve all'azione di governo. E' un bene che adesso tutti stiano apprezzando la centralità del Parlamento». 

In queste ultime ore sembra stia aumentando il pressing su Conte perché si dimetta e si arrivi a un Conte ter. Il suo pensiero? 
«Lo abbiamo già detto: il punto vero è il merito. I nomi sono importanti ma non determinanti. Non è il tempo di esasperanti personalizzazioni; più si personalizza, più si eludono le questioni concrete. Serve un programma di fine legislatura all'altezza non solo della contingenza della crisi ma capace di avviare a soluzione ritardi pluridecennali: più visione, più investimenti, più formazione, molta più alleanza con chi sul Paese continua a scommettere. Chi è su questa lunghezza d'onda può essere un buon alleato».

Italia Viva sta provando a tornare in partita. Ma come la mettete con i veti detti e ripetuti su Renzi da parte non solo di Conte ma anche di Zingaretti e Di Maio? 
«La politica è fatta di scelte, non di veti. Li considero inaccettabili. Non abbiamo posto veti ma imposto temi. E' sconcertante essere considerati scomodi per questo. Ai partiti di maggioranza dico: meno furbizia e meno asprezze. Sembro troppo ingenua o ottimista se mi auguro un soprassalto di onestà intellettuale?».

Il tempo oltretutto stringe: mercoledì le Camere voteranno la relazione sulla giustizia di Bonafede. Davvero Iv potrebbe votare con il centrodestra contro quello che fino all'altro giorno era un suo collega di governo?
«Lo avevamo detto il 9 febbraio: sulla giustizia saremo sempre fautori del garantismo e della giustizia giusta. Qui non c'entra nulla essere stati o meno colleghi. C'entra ancora una volta il merito. Ed è su questo che, dopo aver ascoltato la relazione del ministro, decideremo in modo franco, anche se dubito che ci possano essere le ragioni per votare sì». 

Con l'uscita d'Italia viva, le Commissioni parlamentari potrebbero ritrovarsi bloccate: come se ne esce?
«Non è nelle nostre corde, né lo sarà mai, essere pregiudiziali e sguaiati. Abbiamo una regola: la qualità dei provvedimenti innanzitutto e la loro efficacia. Come se ne esce? Tornando alla politica, ricostruendo le ragioni di una maggioranza solida, con un programma condiviso, che rimetta al centro le esigenze del Paese: dall'economia ai giovani alle donne al Mezzogiorno».

Il centrodestra è diviso sulle prospettive e c'è chi caldeggia un esecutivo di responsabilità nazionale. Potrebbe essere questa la strada per uscire dall'impasse?
«Per noi vale il perimetro della maggioranza attuale e, se ci sono le condizioni, partire da qui per un eventuale allargamento. Che non può essere l'esito di un mercato svilente ma di un patto politico e di programma efficace, su scelte e obiettivi precisi, chiari. Niente opacità. Per noi le uniche condizioni sono state sempre queste. L'impasse ha un antidoto: fare presto, fare bene. Avere come unico obiettivo il Paese».