06/11/19
Italia Viva Governo

Bellanova: "basta ideologie, o l'Ilva sarà una Bagnoli bis"

"Taranto non sarà una seconda Bagnoli. Occupazione e salute non sono nemiche", intervista di Nando Santonastaso, il Mattino, 6 novembre 2019

Ministro Bellanova, il governo ha sottovalutato i segnali provenienti da ArcelorMittal o per calcolo politico preferisce che a Taranto l'acciaio lo producano altri?
«Non mi esercito in retroscena di questo tipo e non voglio nemmeno ipotizzare lontanamente calcoli politici di questa natura. Voglio stare ai fatti e con i piedi ben per terra. Sto a quanto dichiarato dal ministro Patuanelli al Senato, quando ha affermato che non si fanno politiche industriali degne di nota in questo Paese a prescindere dalla produzione siderurgica interna e che rispetto ad Ilva si deve trovare un punto di equilibrio. Se era necessario il 22 ottobre lo è a maggior ragione adesso. E sto a quanto, una volta resa nota la lettera inviata da ArcelorMittal ai Commissari straordinari, ha affermato lo stesso Presidente Conte: per il governo la questione Ilva ha la massima priorità, ovvero tutelare investimenti produttivi, occupazione, proseguire il piano ambientale».

D'accordo ma lo stop dello scudo penale, che peraltro si applicherà anche a dipendenti di settimo livello e non solo ai vertici dello stabilimento come si vuole fare credere, non dimostra in realtà la volontà della maggioranza odi gran parte di essa di non credere al rispetto del contratto?
«Si è garanti degli accordi anche se gli investitori non ci sono simpatici. In una vicenda così seria per il Paese non possono esserci né propaganda né campagne elettorali né regolamenti interni di conti, ed è bene che ogni forza politica si chiarisca al suo interno anche su questo. Io rispondo per me e per Italia Viva. Sono stata inchiodata ai Tavoli di trattativa per 32 incontri. Per anni sono andata e venuta da Taranto almeno ogni settimana, anche se era scomodo, perché ero e sono convinta che Taranto avesse diritto a risposte concrete e non ho cambiato idea».

Cioè?
«Che qualsiasi soluzione non può prescindere dal rilancio di Ilva e dall'ambientalizzazione di Taranto, dall'attuazione del Piano ambientale e del Piano Industriale come nell'accordo sottoscritto nel settembre 2018 al Mise. Dall'impedire insomma che Taranto divenga il più grande cimitero industriale europeo».

Lei crede che ci possa essere una nuova cordata disposta a subentrare? E con quali garanzie per gli occupati?
«Quale che sia la cordata, non si sfugge al nodo che bisogna affrontare. Né a dover garantire, a chi si impegna nel risanamento, le tutele necessarie perché possa accadere. Nessuno può pagare per responsabilità penali di altri. E quanto agli occupati vorrei fosse chiaro che la platea non è solo quella interna ad Ilva».

Per l'Italia un altro duro colpo alla sua già precaria credibilità all'estero. Chi vorrà più investire in un Paese dove le regole si possono cambiare ogni giorno o quasi?
«Un Paese serio e autorevole non può riscrivere all'infinito regole e patti. Qui non si tratta solo di Ilva ma di affermare che in Italia i patti con chi investe si mantengono. E, nel caso specifico, che chi investe - chiunque sia - in un'operazione così complessa e delicata, con profili ambientali così rilevanti, non può pagare per errori, enormi, commessi da altri e mentre altri erano colpevolmente distratti. Noi dobbiamo assolutamente impedire che Taranto si trasformi in una Bagnoli 2, con una compromissione a questo punto irreversibile dell'ambiente e con ricadute pesantissime sulla salute dei cittadini».

L'ipotesi di un decreto ad hoc per salvare il salvabile rischia di spaccare ancora di più i 5stelle ma otterrebbe il voto favorevole e decisivo delle opposizioni, aprendo uno scenario politico ancora più complicato. Come se ne esce?
«Se ne esce recuperando rigore e serietà. Ci sono forze politiche che si spaccheranno? Se ne faranno una ragione. Ma nessuno può pensare di sottomettere il destino di una città, ventimila posti di lavoro, salute e ambiente, la filiera dell'acciaio in Italia, a dinamiche interne di questa o quella forza politica».

Lei è pugliese e vive sulla sua pelle le contraddizioni di questa lunga storia. Perché occupazione, lavoro e salute pubblica a Taranto non possono andare d'accordo?
«Occupazione, lavoro e salute pubblica devono andare d'accordo a Taranto come dovunque. È un conflitto che noi non possiamo permetterci. Produrre acciaio in modo pulito è possibile. Per questo non bisogna consentire ad ArcelorMittal nessun alibi e pretendere che si realizzino Piano Ambientale e Piano industriale, incluso il Centro Ricerche a Taranto, come da contratto».