Intervista a Enrico Borghi per «Domani» del 25-06-2026
di Luca Sebastiani
«Sa cosa non è più, ma non sa cosa sarà». Enrico Borghi, senatore di Italia viva e membro del Copasir, sintetizza così la posizione di Giorgia Meloni e l'attuale rapporto della premier con gli Stati Uniti di Donald Trump. I rapporti sono in crisi dopo i recenti screzi e ieri a scoprire i nervi del governo italiano ci si è messo anche Mark Rutte. Il segretario generale della Nato ha infatti ammesso l'utilizzo delle basi militari italiane da parte di 500 aerei americani «per supportare l'operazione Epic Fury», cioè i bombardamenti contro l'Iran.
Dall'Italia, come detto da Rutte, sarebbero partiti centinaia di velivoli Usa che hanno supportato l'operazione contro Teheran. «L'Italia non è parte del conflitto e non intende entrarci», diceva Meloni lo scorso marzo. Ha mentito?
«È una vicenda molto delicata, da gestire senza isterie e con responsabilità. Ci sono degli accordi bilaterali in materia, e la sede naturale per la verifica del rispetto dei contenuti è il Parlamento. Il governo venga a riferire in proposito: ci sembra indispensabile.»
Il ministero della Difesa ha rettificato, il segretario Rutte stesso ha poi specificato si trattasse di voli logistici. Le opposizioni però chiedono di rendere noto qual è stato il vero impegno italiano a fianco degli statunitensi (e quindi degli israeliani).
«La questione dell'utilizzo delle basi militari (come quelle statunitensi e Nato in Italia) è estremamente delicata perché implica il bilanciamento tra gli impegni di alleanza internazionale e la salvaguardia della sovranità e della sicurezza nazionale. Per questo motivo, alla luce delle novità che stanno intercorrendo, la sede naturale di confronto e di verifica è il Parlamento. Ribadisco che ci attendiamo pertanto che il governo provveda quanto prima a riferire in Aula.»
Il no all'uso di Sigonella di qualche mese fa e le più recenti dichiarazioni di Meloni sull'autonomia dell'Italia rispetto agli Stati Uniti sono stati solo dei bluff?
«Servirebbe meno platealità su vicende così delicate. Indulgere a favore di telecamere per cercare il compiacimento del pubblico si può fare su altri terreni. Non su quello della sicurezza nazionale e del rispetto dei trattati internazionali in materia di difesa.»
Pontiera, se mai lo è stata, ora non lo è più. Qual è la vera faccia di Meloni con gli Usa?
«Credo che a questo punto non lo sappia neppure più lei. Siamo passati, dentro un clima sincopato da cadenza social, dall'essere i più corrivi trumpiani a rivendicare una postura autonoma e orgogliosamente altera. Ma Giorgia Meloni non è De Gaulle, che rifiutò nel 1966 la subordinazione agli Stati Uniti, reclamando la sovranità nazionale e la totale indipendenza nella difesa e nella politica estera. Nel suo girovagare da Zelig della politica estera, oggi la premier rischia semplicemente di perdersi perché sa cosa non è più, scomunicata da Trump e Bannon, ma non conosce cosa sarà.»
Sembra che Rutte stia tentando in tutti i modi di tenere unita la Nato, anche a costo di forzare la mano con gli alleati. È davvero questo l'unico approccio possibile da tenere con Trump?
«Intanto colpisce che sia il segretario generale della Nato a dover parlare del ruolo italiano in missioni nelle quali l'Alleanza Atlantica non ha parte. Ma questo è un tassello di un tema più generale: prima capiamo che dobbiamo arrivare all'autonomia strategica europea in materia di difesa e al pilastro Ue della Nato e meglio è. Anche per questo i rifiuti del governo ad attivare il programma Safe sono l'ennesimo favore al sovranismo.»
