Intervista a Matteo Renzi per «Il Corriere della Sera» del 06-02-2026
di Claudio Bozza
Senatore Matteo Renzi, lei è un esperto di «mossa del cavallo». L’addio di Roberto Vannacci alla Lega che significato ha?
«È la prima crepa nel centrodestra. Fino a oggi sembravano indivisibili, mentre la sinistra litigava su tutto. Ora loro iniziano a perdere pezzi e l’opposizione dà segnali di unità. Tra un anno si vota e la domanda sarà: dopo cinque anni di Meloni come siete messi in termini di stipendi, sicurezza, sanità pubblica? Meglio o peggio di cinque anni fa? Io credo che la maggioranza degli italiani non sarà contenta. E se la destra si divide, la vittoria del centrosinistra diventa probabile, non solo possibile».
Lei afferma di vedere in Vannacci una versione italiana di Nigel Farage: fuori dai partiti tradizionali, dentro la pancia del Paese. Nel Regno Unito Farage ha spaccato la destra e favorito, indirettamente, i Labour. In Italia può succedere lo stesso o la legge elettorale rende l’operazione meno dirompente?
«Vannacci non inventa niente, ma occupa uno spazio che c’è: lui prova a dare una casa ai delusi dalla Meloni. Sono elettori di destra che vedono più tasse e meno sicurezza. E che si aspettavano l’opposto. Davanti al record della pressione fiscale e all’aumento delle coltellate a scuola o in stazione è ovvio che la propaganda di “Giorgia-va-tutto-bene-Meloni” non funziona più. La sinistra si sta svegliando e inizia a reagire, molto bene. E la sinistra dovrà fare proposte su temi concreti per vincere. Ma la vera novità è la frammentazione a destra. A Londra Starmer ha vinto grazie a Farage, vedremo che succederà in Italia il prossimo anno».
È una semplice fiammata dell’ultradestra o può aprire una fase di concreta frammentazione della maggioranza che sostiene la premier?
«Se conosco Meloni, lei proverà a tenere Vannacci in coalizione, contro Salvini e contro Tajani. Ma non so se riuscirà a farlo. E comunque è il primo pezzo che crolla. Non è detto che sia l’ultimo. La coperta è corta: se vuole aprire al centro, perde a destra. Se si blinda a destra, perde al centro».
Il generale ultrasovranista, secondo lei, alla fine tratterà o farà davvero il duro e puro stile Afd?
«Farà quello che gli fa più comodo. Del resto, nella Lega lui era finito. E così invece se la gioca. Se è abile potrebbe pure agganciare il movimento Maga di estrema destra mondiale, che considera Meloni traditrice. Ma comunque vada, il dato di fatto è che nel 2027 la destra potrebbe dividersi. Se la sinistra non fa autogol, possiamo vincere».
Il suo ex ministro Carlo Calenda, con Azione, potrebbe sopperire a un eventuale crollo del partito di Salvini?
«Se Calenda va a destra perde una parte del suo gruppo dirigente. Guardate i numeri del Senato. Siamo partiti in nove senatori. Dopo la folle rottura del Terzo polo, oggi Calenda ha un solo compagno di viaggio e sta al gruppo misto e noi siamo otto. La verità è che Meloni sa di non poter fare affidamento sugli zig-zag di Calenda. Ed è per questo che non lo imbarca in coalizione e non gli offre un ministero».
Ha parlato con Elly Schlein di questo nuovo scenario? Che deve fare adesso il Campo largo?
«Mettersi d’accordo su poche cose, concrete. Dobbiamo lavorare su come far restare i laureati in Italia, su come aiutare le famiglie che si separano a non crollare sotto la soglia di povertà, su come ridurre le liste d’attesa della sanità, su come abbassare la pressione fiscale aumentata da Meloni, sul come evitare che maranza e coltelli colpiscano i nostri giovani. Se su questo siamo uniti, vinciamo».
Oltre alle distanze politiche, pesa anche qualche incompatibilità caratteriale. Ad esempio: nelle settimane scorse, dopo mesi di bordate, ha pure teso una mano a Giuseppe Conte. Lei e il leader dei Cinque stelle avete preso poi questo caffè, lontano dalle telecamere?
«No. E non è un problema caratteriale. Con Conte abbiamo molte idee diverse, non solo sul passato. Ma davanti a un governo di fuffa e propaganda come quello di Urso e Salvini nessuno può permettersi di dividere ancora il centrosinistra: non sarebbe perdonato dalla nostra gente, in primis. E non sarebbe logico, specie pensando che nel 2029 si elegge il capo dello Stato e una maggioranza di centrosinistra può assicurare che venga scelto davvero un garante delle istituzioni. Basta vedere come si comporta Sergio Mattarella per capire che al Colle abbiamo bisogno di un galantuomo come lui e non di un sovranista».
