Intervista a Matteo Renzi per «Il Messaggero» del 02-03-2026
di Ernesto Menicucci
Matteo Renzi, leader Iv, qual è la sua prima lettura su quanto sta accadendo in Iran?
«È un momento storico per il Paese segnato da mezzo secolo dalla feroce dittatura degli ayatollah. In queste ore continuo a pensare alle generazioni di ragazzi torturati e fucilati dal regime perché chiedevano semplicemente libertà. Oggi a loro va il pensiero commosso del mondo. Ma c’è di più: si sta riscrivendo il futuro della regione e i rapporti nel mondo islamico. Non dimentichiamo che in queste ore è in atto un regolamento di conti tra Pakistan e Afghanistan. Si sta riscrivendo l’ordine mondiale che per il momento è soprattutto un disordine mondiale».
L’uccisione di un tiranno come Khamenei è una buona notizia o il rischio è che si arrivi ad una svolta ancora più ideologica e anti-occidentale?
«Il mondo senza Khamenei è un posto migliore. E la situazione in Iran non può che migliorare. I tanti autoproclamati esperti di diritto internazionale che contestano l’intervento di Stati Uniti e Israele dove erano quando migliaia di ragazzi venivano appesi alle forche del regime degli Ayatollah dopo torture e sevizie?».
Prima Maduro, ora Khamenei. Ma Trump, alla fine, ha ragione?
«Trump ha torto sui dazi, ha torto sul rapporto con l’Europa, ha torto sulle violenze inflitte da ICE ai cittadini americani, ha torto sulla spavalda negazione della verità. E ha torto su molto altro. Ma su Maduro e Khamenei io non critico Trump, tutt’altro: lo ringrazio. Penso tutto il male possibile della presidenza Trump ma su questi due dossier penso che si debba prendere atto dell’uscita di scena di due dittatori pericolosi. Il prossimo fronte, a naso, è Cuba. Senza il petrolio venezuelano anche i compagni dell’Avana faranno fatica. Per me è questione di qualche mese, non di più».
Sarà una guerra lunga o una guerra breve, quindi politica o militare?
«Spero politica, spero breve. Ma fare previsioni oggi è difficile per tutti. La vera questione, decisiva, è chi comanderà a Teheran dopo lo scoramento delle prime ore. La botta per il regime è dura e profonda: in queste ore immagino che CIA e Mossad stiano lavorando per aiutare il regime change ma l’Iran è un Paese enorme, fondamentale nella regione. Vedremo cosa succederà, mantengo un cauto ottimismo».
Che reazione si aspetta dai Paesi dell'area del Golfo: Arabia Saudita. Emirati, Qatar?
«Staranno al fianco degli Stati Uniti come è giusto che sia. E il fatto che gli iraniani abbiano colpito Ryad, Dubai, Abu Dhabi paradossalmente si ritorcerà contro Teheran. I rapporti tra Iran e i Paesi che lei cita sono più difficili di una settimana fa per tanti motivi. E per i paesi del Golfo l’idea che ci sia un regime change in Iran potrebbe essere, in assoluto, la migliore notizia del 2026».
L’Europa ancora una volta sembra a dir poco marginale. Quale ruolo dovrebbe giocare?
«Altro che sembra: non è un problema di apparenza, è la realtà. L’Europa non tocca palla e questo è il dato politico più devastante per noi. Non ci siamo, semplicemente non ci siamo. Non so che cosa stiano facendo in queste ore la presidente von der Leyen, l’alto rappresentate per la politica estera EU, l’inviato speciale per le Nazioni Unite. La mia risposta è semplice: nulla, fanno finta di nulla, per mascherare la loro incapacità».
E l'Italia? Se lei fosse stato premier o ministro degli Esteri in questa fase cosa avrebbe fatto?
«Non avrei fatto la brutta figura che ha fatto il Governo Meloni e di conseguenza tutta Italia, non avrei mai raccontato a tutti di essere il ponte con Trump. Perché alla prova dei fatti l’Italia non è stata nemmeno informata preventivamente come pare sia invece avvenuto per Francia, Germania, Inghilterra, persino la Polonia. Avrei cercato di giocare un ruolo geopolitico. Anche le dichiarazioni del ministro Tajani mi lasciano perplesso: le sue parole sembrano estratte da un manuale anziché offrire una visione. Gli alleati non ci hanno consultato, i nostri servizi segreti non si sono accorti di nulla, non è una bella figura per l’Italia».
Chi potrebbe garantire una transizione verso la democrazia in Iran?
«Ci sono tante possibilità, dal figlio dello scià Reza Pahlavi a Madame Rajavi che ha proposto un piano in dieci punti per la modernizzazione del Paese. Francamente chi gestirà il dopo è importante ma non decisivo. Conta il come. Quello che importa oggi è che le ragazze di Teheran tornino a vivere e nessuno venga più torturato perché ascolta musica. E che non si ripeta l’errore fatto in Afghanistan dove dopo vent’anni e qualche migliaio di miliardi di dollari spesi male abbiamo restituito Kabul agli stessi talebani che avevamo combattuto. Gli ayatollah devono essere un brutto ricordo del passato».
Teme che le possibili reazioni di Russia e Cina o anche in questo il mondo è cambiato?
«Russia e Cina hanno già espresso la loro critica all’operazione di Washington e Tel Aviv. Ma l’impressione è che entrambe queste grandi potenze già siano con la testa al dopo. E ovviamente guardano ciò che accade con interesse sia per gli aspetti energetici che per quelli geopolitici».
