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Renzi: "La CGIL fa un regalo a Meloni. Il Jobs Act ha fatto bene all’Italia".

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Intervista a Matteo Renzi per «La Stampa» del 12-05-2025

di Niccolò Carratelli

Dice Matteo Renzi che «astenersi al referendum è del tutto legittimo», come lo è impegnarsi per non far raggiungere il quorum: «In passato lo hanno fatto tutti i partiti», spiega il leader di Italia viva. Quasi una difesa d'ufficio di Ignazio La Russa, ma i bersagli dell'ex premier sono Maurizio Landini, Elly Schlein e tutti quelli che sono insorti contro il presidente del Senato e sostengono i cinque sì per la consultazione dell'8 e 9 giugno: «Questo referendum è un regalo a Meloni - spiega- lei è in difficoltà e loro pensano ad attaccare i governi del passato».

In particolare il suo, Senatore Renzi, colpevole di aver approvato il Jobs Act.

«I referendum vogliono abrogare norme dei governi Renzi, Gentiloni e Conte, non solo Renzi. È un paradosso: la Meloni mostra le prime difficoltà e noi attacchiamo i vecchi governi? La Cgil sembra più interessata a litigare a sinistra, che non a mandare a casa la destra. Oggi sarebbe opportuno parlare di questo governo: abbiamo Lollobrigida, Salvini e Urso e contestiamo le riforme di Padoan, Poletti e Pinotti?».

Però lei andrà a votare, contribuendo al raggiungimento del quorum. Conferma?

«Certo. Voto sì per dimezzare i tempi della cittadinanza. E voto no sui due referendum legati al Jobs Act. Peraltro, se passa il referendum della Cgil, paradossalmente, i lavoratori avranno solo 24 mesi di indennizzo, anziché 36 come oggi. Se passa il sì, non torna l'articolo 18, ma si abbassano le tutele. Ormai nessuno legge più i quesiti nel merito».

Allora non è meglio far fallire il referendum e invitare all'astensione, come fa La Russa? Trova opportuno che il presidente del Senato dica ai cittadini di non andare a votare?

«La Russa è inopportuno per definizione, perché interpreta il suo ruolo di presidente del Senato non come arbitro, ma come giocatore. Da mesi non riesco a finire un discorso in Senato senza essere interrotto dagli insulti della maggioranza e dai commenti fuori luogo del camerata Ignazio. Detto questo, non dimentichiamo che astenersi in un referendum è del tutto legittimo».

Da Fratelli d'Italia ricordano che nel 2016 era stato il Pd, all'epoca il segretario era lei e al governo c'era lei, a chiedere di disertare il referendum sulle trivelle.

«Sì. Come pure nel 2003 c'erano i manifesti dei Ds che spiegavano perché non si doveva andare a votare i referendum sul lavoro di Bertinotti per allargare le tutele dell'articolo 18. Ora io andrò a votare e ho dato la disponibilità a fare anche i dibattiti in tv. Ma, nel momento in cui il referendum prevede un quorum, cercare di non farlo raggiungere è legittimo. Lo hanno fatto tutti i partiti, nessuno escluso».

Nel 2016 il vostro celebre «ciaone» non portò benissimo. Comunque, per Schlein si deve votare sempre e ribadisce i suoi cinque "sì", in segno di discontinuità con il passato del Pd. Ma chi tra i dem all'epoca ha condiviso il Jobs Act si è già smarcato. Resta un'ambiguità di fondo nel suo ex partito, non trova?

«C'era. Ora non c'è più: è un'ambiguità che Schlein ha definitivamente risolto. Il Pd ha cambiato pelle e le idee riformiste della terza via blairiana non hanno più cittadinanza tra i dem. C'è anche un problema di credibilità: con che faccia quelli che hanno votato il Jobs Act adesso votano un referendum contro il Jobs Act? Che dicono i ministri, come Orlando o Franceschini? Nella mia segreteria le responsabili delle politiche del lavoro erano Madia e Serracchiani. Loro regolano i conti con il passato, mentre io penso a fare opposizione alla Meloni».

Diceva che vede la premier in difficoltà: si riferisce alle mosse in politica estera?

«Ventisei mesi di produzione industriale negativa, stipendi e pensioni ferme, cresce il numero delle famiglie che vanno alla Caritas. Meloni dice che va tutto bene: penso viva in un mondo parallelo. E sulla politica estera Giorgia è ancora più incapace che sulla politica interna. Ci ha isolato in Europa cercando di abbracciare, non ricambiata, il Trump dei dazi. Non è né carne né pesce, in un momento in cui servirebbe una forte leadership globale».

La sua forza è che non si vede ancora un'alternativa credibile: lei è quasi più unitario di Schlein, ma è sicuro di poter governare un domani con Conte e Fratoianni?

«Penso sia molto difficile, perché le distanze sono rilevanti. Ma, davanti a un governo che sta isolando l'Italia in Europa e affermando una concezione proprietaria delle istituzioni, dobbiamo trovare concreti punti programmatici comuni, cominciando da stipendi, educazione, cultura e salute. Una coalizione basata sul merito e non sui cognati. Meloni ha talmente paura di perdere le elezioni che sta cambiando la legge elettorale. Siamo noi che abbiamo paura di vincerle, se continuiamo a parlare di dieci anni fa, anziché costruire i prossimi dieci».

I prossimi anni saranno quelli di Papa Leone XIV: che impressione le ha fatto l'inizio di questo nuovo pontificato?

«Ha saputo tenere insieme i conservatori e l'eredità di Papa Francesco. Da cattolico sono felice della sua scelta. Da politico vedo nel nome Leone il richiamo potente alla dottrina sociale. E Papa Prevost ci indica che oggi dobbiamo confrontarci sul rapporto tra cittadinanza, lavoro e intelligenza artificiale. L'esempio che viene dal Conclave alla politica, allora, è che serve una grande riflessione sul futuro più che una continua scaramuccia sul passato».