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Paita: «De Raho racconti la verità. L'Antimafia non basta? Siamo stati i primi a dirlo»

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Intervista a Raffaella Paita per «Il Tempo» del 30-09-2024

di Edoardo Sirignano

«De Raho venga in Commissione e ci racconti quello che sa. Noi i primi a chiedere una commissione ad hoc sul dossieraggio». A dirlo Raffaella Paita, coordinatrice nazionale di Italia Viva.

Lo scandalo cresce giorno dopo giorno. Aumentano i giornali che si rivolgono agli "spioni", così come i politici e i vip finiti nel mirino di certi togati. Che idea si è fatta?

«Un Paese che accetta che ci siano accessi illegali a conti correnti per spiare la vita delle persone, non è un Paese civile. Questa vicenda richiede il massimo della ricerca della verità su mandanti e beneficiari di questa capillare e inquietante attività di spionaggio. E poi in generale ci sono rapporti patologici fra certi giornali e certe procure: pensi a tutte le intercettazioni illegali irrilevanti, ma finite sui giornali. Il sistema è malato».

Tra i personaggi coinvolti nel recente scandalo anche il procuratore De Raho. Quando era a capo della Dna elogiava addirittura Striano per il suo lavoro. Deve dimettersi dall'Antimafia?

«Io non ho sollevato il tema dell'incompatibilità come ha fatto - per alcuni aspetti ha ragione - il centrodestra: ho chiesto però che De Raho fosse sentito in antimafia. Questo perché penso potrebbe dare un contributo importante per comprendere ciò che è accaduto: purtroppo mi è stato risposto che non è possibile convocarlo. E tuttavia sono molto stupita dal fatto che lui stesso non senta l'esigenza di chiarire».

Anche Renzi è finito nei dossier. Possiamo parlare di accanimento verso alcuni partiti, ritenuti ostili da qualche corrente?

«È un dato di fatto che Matteo Renzi e i politici di centrodestra siano stati vittime più di altri di questo sistema di accessi abusivi. Io però non voglio dare giudizi: voglio e pretendo che si faccia chiarezza. Proprio per questo avevo chiesto una commissione d'inchiesta sul dossieraggio: ho visto che adesso ne ha parlato anche Matteo Salvini, ma era una nostra proposta a cui proprio la maggioranza di cui Salvini fa parte si è opposta».

Italia Viva, per sua natura, è nel centrosinistra. Vi ritrovate nella linea giustizialista che caratterizza la linea dei vostri alleati pentastellati?

«Il morbo giustizialista affligge tutte le coalizioni: esiste a destra, esiste nel campo progressista e le dirò, anche nel fu Terzo Polo. Non dimentico le frasi giustizialiste di Calenda nei confronti di Matteo Renzi e Francesco Bonifazi. Noi di Italia Viva non rinunceremo mai al garantismo: semmai, combatteremo perché diventi maggioranza nella coalizione e nel Paese».

Gli ultimi tre procuratori Antimafia, guarda caso, dopo aver terminato il proprio incarico sono stati candidati nelle file della sinistra. Che ne pensa di questa strana casualità?

«Penso che - si parli di destra o di sinistra - le porte girevoli fra magistratura e parlamento siano pericolose. In questo caso, la legge Cartabia ha posto un punto fermo e importante: legittimo passare dalla magistratura alla politica, ma poi non si può tornare indietro come se nulla fosse».

Enrico Costa di Azione propone una normativa interna ai partiti per fare in modo che un ex magistrato, dopo aver terminato il suo ultimo incarico, debba aspettare almeno due anni prima di entrare in politica. Si ritrova con questa linea?

«Può avere senso, il problema non è in ingresso ma era, prima della riforma, in uscita».