Intervista a Maria Elena Boschi per «La Repubblica» del 3-07-2026
di Miriam Di Peri
Maria Elena Boschi, ormai ex vicepresidente della commissione di vigilanza Rai, le vostre dimissioni erano l'unica strada per uscire dallo stallo?
«Era l'ultima strada possibile. Prima di arrivare a un gesto così eclatante, che non abbiamo vissuto con leggerezza, le abbiamo tentate tutte: scrivendo più volte ai presidenti di Camera e Senato. Giachetti è arrivato a incatenarsi in Aula. Ma sono rimasti inerti, anche dopo l'intervento del presidente Mattarella. Di fronte all'impossibilità della vigilanza di svolgere il proprio lavoro, non ci restava che prenderne atto. Non potevamo rischiare di essere indirettamente complici.»
Quanto hanno influito le assenze del centrodestra nel determinare il punto di rottura?
«La maggioranza ha i numeri per far funzionare o meno le commissioni. Se non si presenta e non consente di riunirsi, non ci sono strumenti regolamentari alternativi.»
Cosa non si è fatto in questi due anni di stallo?
«Avremmo potuto convocare in audizione i vertici aziendali, i sindacati, affrontare il problema dei precari, avremmo potuto tutelare maggiormente l'indipendenza del giornalismo d'inchiesta e soprattutto il pluralismo. Invece non abbiamo potuto fare nulla, neanche sulle dismissioni immobiliari. La scelta di oggi condivisa da tutte le opposizioni, oltre agli ultimi due anni in commissione, sono la prova della compattezza del centro sinistra.»
Adesso il centrodestra propone di superare la legge che prevede che la nomina sia approvata dai due terzi della commissione.
«Parliamo di una legge scritta da Gasparri e approvata nel 2004, che noi non abbiamo toccato sul punto. Questa vicenda è il sintomo dell'incapacità della maggioranza di avere un metodo rispettoso delle istituzioni. La legge esiste da vent'anni e loro sono al governo da quattro: se avessero voluto cambiarla, avrebbero potuto farlo.»
Che idea si è fatta?
«Probabilmente nella maggioranza non soltanto non sono d'accordo nel coinvolgere le opposizioni, ma non sono neanche d'accordo al loro interno. Ci aspettavamo una proposta alternativa, ma la volontà di non cambiare nome è frutto del loro disaccordo. O, magari, qualcuno di loro preferisce che Marano resti in sella.»
