Intervista a Enrico Borghi per «La Stampa» dell' 08-11-2025
di Niccolò Carratelli
Enrico Borghi, senatore e vicepresidente di Italia Viva, lei è componente del Copasir: vi occuperete del caso Ranucci-Fazzolari, la denuncia del conduttore di Report, che sarebbe stato spiato dai servizi segreti su input del sottosegretario di Palazzo Chigi?
«Credo sia necessario andare a fondo a questa vicenda, perché ci sono due versioni diametralmente opposte e l’unica certezza è che uno tra Ranucci e Fazzolari sta mentendo».
Lei che idea si è fatto?
«Io non ho elementi sufficienti per giudicare, ma mi pongo degli interrogativi di carattere generale. Ad esempio, guardo indietro alla gravissima vicenda Striano. Mi chiedo se non sia urgente eliminare questa permeabilità tra settori della pubblica amministrazione e ambienti delle investigazioni private, che determinano angoli oscuri inaccettabili per il nostro Paese. E credo che, alla luce di questa forte accelerazione tecnologica, serva un intervento normativo».
Di che tipo?
«La legge che disciplina l’attività dei servizi è del 2007, eravamo ancora nell’era analogica, le intercettazioni erano solo quelle telefoniche. Il caso Paragon è solo un esempio di quali siano gli strumenti molto potenti oggi a disposizione del governo e dei servizi. Per questo, a mio avviso, occorre un adeguamento del meccanismo di controllo da parte del Parlamento, rafforzando le prerogative del Copasir».
Il caso Paragon ha ancora molti punti oscuri, l’unica certezza è che sono stati spiati e intercettati alcuni giornalisti.
«Un’azione tassativamente esclusa dalla legge, per i giornalisti come per i parlamentari. Paragon è diffuso in 32 Paesi, ma solo in Italia sono emerse queste informazioni. Il pericolo è che si sviluppino meccanismi a strascico e giochi di sponda, che venga alimentato un sistema in cui iniziative di questo tipo diventano abituali, causando tossine nella nostra democrazia».
Cosa dovrebbe fare il governo per allontanare i sospetti?
«Serve chiarezza e assunzione di responsabilità. Poi il governo dovrebbe sgomberare il campo rispetto al modello che ha in mente per i nostri servizi. Mi ha colpito lo scontro in atto tra il ministro della Difesa Crosetto e l’autorità delegata Mantovano sulla cybersicurezza. Mi pare un problema non da poco. Perché è il presidente del Consiglio, o l’autorità delegata, ad avere oggi la prerogativa esclusiva sulle garanzie funzionali dei nostri servizi segreti. Ma nel governo non tutti sembrano pensarla così».
Crede ci sia un uso disinvolto dei nostri servizi da parte di Palazzo Chigi?
«Credo ci siano dei paletti chiari, previsti dalla legge. Quando esamineremo i fatti al Copasir, verificheremo se le regole sono state rispettate».
C’è un filo conduttore con il caso del Garante della privacy e le ingerenze presenti e passate di Fratelli d’Italia?
«Fa tutto parte della concezione del potere di questa destra, essenzialmente corporativo e gerarchico. Quello che è emerso sul Garante della privacy non mi sorprende, per loro l’idea che esista una separazione dei poteri, che ci siano delle autorità indipendenti è culturalmente inaccettabile».
Quindi, condizionare l’attività del Garante, come si sospetta sia avvenuto per la multa inflitta a Report, viene ritenuto normale?
«Certo, è normale interpretare le autorità indipendenti come longa manus del potere politico, in questo caso di un partito. Prima all’opposizione e ora al governo. Ma questo approccio non fa bene al Paese, ci porta dritti verso Budapest. Va combattuto con forza, politicamente e culturalmente».
