Intervista a Enrico Borghi per «L'Altravoce - Il Quotidiano Nazionale» del 21-11-2025
di Claudia Fusani
Parla di clima «declinante e preoccupante» su cui sarebbe opportuno andare a fondo per capire «come è stata montata la panna montata del caso Garofani». Il senatore Enrico Borghi (Iv), membro del Copasir, osserva i fatti di questi giorni in prospettiva: «Il caso segna la svolta della legislatura e apre la campagna per il Quirinale 2029».
Il Copasir dovrebbe occuparsi di “Mario Rossi” e della velina recapitata ad alcuni giornali che le frasi “rubate” al consigliere Garofani?
«Le prerogative del Copasir sono dettate dalla legge e prevedono la vigilanza e il controllo dell’attività dei servizi segreti e della loro piena aderenza ai dettati costituzionali».
Al momento quindi non vede interessato questo livello istituzionale?
«Saranno gli organismi interni preposti a valutare. Al momento mi pare si stia lavorando su suggestioni e retroscena, argomenti su cui un organismo parlamentare di questa natura non può basare la propria azione. Peraltro trasformare quattro chiacchiere al bar, sulla cui opportunità si può anche dibattere, in un incidente istituzionale di questa natura è davvero fuori luogo».
Quelle parole sono state associate e registrate. Ambienti parlamentari vicini a Fratelli d’Italia confermano l’esistenza di un file-audio. Questo “dettaglio” fa fare un salto di qualità ai fatti di questi giorni?
«Intanto direi che ci descrive un clima cupo di sospetti, veline, ricatti incrociati che non è esattamente un clima che si confà alla salubrità democratica. Un clima declinante e preoccupante. Credo in ogni modo che si debba andare a fondo sulle modalità inquietanti con cui è stata montata la panna del cosiddetto caso Garofani».
Chi dovrebbe andare fino in fondo?
«La libera stampa, il Parlamento, la società civile, un vero dibattito democratico».
Ma così rischia di diventare un’altra chiacchiera da bar?
«Ma no, lasciamo stare il rumore di fondo e guardiamo alla sostanza: siamo di fronte all’innesco di un processo politico di primario spessore. Questa faccenda rappresenta la svolta della legislatura».
Perché?
«Perché tratteggia e disvela l’obiettivo reale di Giorgia Meloni, per se stessa, per la destra e per ciò che lei sente di rappresentare: le elezioni per il Presidente della Repubblica nel 2029. Allora io qui vedo due fatti, uno di tipo posturale e l’altro più fattuale. Il primo: non sfugge a nessuno che questa legislatura sia caratterizzata da un Parlamento che ahimè svolge il ruolo di buca delle lettere del governo; da una maggioranza che quasi mai governa ed è sempre, invece, all’opposizione dell’opposizione».
Che significa?
«Che Meloni si pensa all’opposizione del sistema. L’operazione Quirinale 2029 per la destra vuole archiviare l’attuale assetto delle istituzioni, ovvero una repubblica parlamentare con un Presidente della Repubblica arbitro. In questa logica Mattarella è individuato come l’ultimo architrave di un impianto di questa natura che deve saltare per aprire la porta ad un nuovo ordine, una sorta di Repubblica presidenziale sui generis senza neppure il sistema di check and balance. Una via di mezzo tra Orban e il Sudamerica degli anni Settanta».
E quale sarebbe il nuovo ordine secondo la sua prospettiva?
«Proviamo ad immaginare Giorgia Meloni al Colle. A quel punto avremo Alfredo Mantovano premier in una dimensione semipresidenziale; e Arianna Meloni controllore del Parlamento. Quali gli ostacoli a questo? Tre: Mattarella, l’arbitro ineccepibile per Costituzione appunto; il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere che rischia di trasformarsi nell’anticamera delle politiche; e infine qualcosa che nasca nel centro del centrosinistra, in grado di rendere competitiva elettoralmente l’alternativa alla destra».
Parlava anche di un elemento fattuale…
«Sì, e mi riferisco ad una prospettiva legata ai fatti. Il caso Garofani fa partire una concatenazione di fatti che ci porta, attraverso il referendum costituzionale, all’obiettivo di una nuova legge elettorale da parte della destra, e poi alle elezioni politiche che definiranno la griglia per il Colle, vissute e pensate come un plebiscito. È qualcosa che prescinde dalla riforma del premierato che sarà anche finita nel cassetto per questa legislatura ma guarda caso è tornata sul brogliaccio di Meloni proprio il giorno in cui è uscita la notizia di Garofani e sarà la prima cosa che faranno in caso di bis».
Lei si è fatto un’idea su chi possa essere “Mario Rossi”?
«No, però colpisce che una mail-velina, arrivata chissà da dove, diventi un articolo firmato con uno pseudonimo in cui si accusa il Colle di complotto. Tutto normale?».
Mail diffusa cinque giorni dopo i fatti…
«Possiamo solo fare suggestioni e interpretazioni. Ecco perché dico che stampa e Parlamento devono andare fino in fondo. Non possiamo certo lavorare su gossip».
Il caso Garofani esplode in un momento particolare, dopo che Mattarella ha bollato per l’ennesima volta ma davanti al Bundestag tedesco, le guerre di aggressione come un crimine; dopo un Consiglio supremo di difesa molto teso e di cui Garofani è segretario; tra le difficoltà, per Meloni, di posizionamento in politica estera su Ucraina, fornitura di armi a Kiev e Russia. Vede collegamenti tra queste situazioni?
«Giudico molto importante l’ultimo Consiglio supremo di difesa. Su due aspetti. Il primo: conferma - cito testualmente - “il pieno sostegno dell’Italia all’Ucraina nella difesa della sua libertà”, dopo una settimana di tensioni fortissime su questo punto in cui è anche saltato il vertice a Washington sul Purl cosa che ha smentito l’idea di un Italia epigona di Trump nella Ue avallata da Meloni; una settimana in cui la Lega ha messo in discussione il 12esimo pacchetto di aiuti militari. Ecco, il Consiglio ha mantenuto con vigore il nostro Paese con la Ue e con la Nato».
