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Bellanova: "Estendere la legge 199 a tutti i settori del mercato del lavoro"

Intervista di Martina Trevigno, "il Tirreno", 5 maggio 2022.

Estendere la legge 199 del 2016 a tutti i settori, anche oltre l'agricoltura. Perché, come spiega Teresa Bellanova, viceministra alle Infrastrutture e mobilità sostenibile, un passato da sindacalista al fianco dei braccianti, caporalato e lavoro nero avvelenano tutto. Non slo il lavoro dei campi, ma anche edilizia, ristorazione, turismo, logistica.

Viceministra Bellanova, è ancora lunga la strada per sconfiggere il caporalato?
«Vinciamo la battaglia modificando le condizioni che lo determinano, ripristinando corretti ed equi rapporti di filiera lungo la catena del valore, affermando il ruolo sempre più determinante dell'innovazione e della formazione nei segmenti produttivi, costruendo un'interazione sociale e territoriale tale da sconfiggere la diffusione degli insediamenti informali e la rete dei servizi criminali che oggi tiene in scacco lavoratori e imprese. E pure alimentando e diffondendo strumenti di informazione e comunicazione orientati a un radicale cambio di passo culturale. Significa avere consapevolezza piena che il caporalato è strettamente connesso alla criminalità organizzata, alla tratta degli esseri umani, allo sfruttamento sessuale e anche al riciclaggio di denaro sporco».

Quali strumenti i lavoratori hanno a disposizione per difendersi?
«In agricoltura la legge 199 approvata nel 2016. Che, ora, va estesa anche agli altri settori. Si tratta di una legge che colpisce al cuore questo fenomeno criminale: estende il Fondo antitratta alle vittime di caporalato; consente con il controllo giudiziale delle aziende la prosecuzione delle attività, la regolarizzazione dei rapporti di lavoro; chi sceglie di denunciare non perde il lavoro e individua nella rete agricola del lavoro di qualità uno strumento straordinario per sostenere e tutelare le aziende sane. Che, voglio ribadirlo, sono la maggior parte e vengono danneggiate due volte: subiscono una concorrenza sleale che può metterle fuori mercato e, quando resistono al ricatto criminale, spesso si ritrovano con i tendoni bruciati, i mezzi danneggiati, i terreni devastati».

Cosa può fare lo Stato per scardinare il fenomeno del caporalato?
«Il suo ruolo è determinante. Come lo è l'alleanza tra filiera istituzionale, corpi sociali, comunità territoriali. Per sconfiggere il caporalato bisogna sottrarre ai caporali il potere che tiene in scacco lavoratori e imprese. La legge del 2016 indica come farlo, nell'intreccio tra contrasto e prevenzione».

In che modo?
«Trasporti, alloggi, servizi: non deve essere la criminalità a gestirli, sottrarli ai caporali è un passaggio obbligato. Negli insediamenti informali, che è un modo politicamente corretto di definire i ghetti, la legge è quella dei caporali. Sono loro a decidere chi lavora e chi no, e dove. È questo intreccio perverso che va smantellato. Non basta svuotare i ghetti, bisogna smantellarli e impedire che si ricreino. In questo l'azione dello Stato, con tutte le sue articolazioni, è determinante».

Come?
«È necessario cancellare la condizione di invisibilità di migliaia di lavoratori stranieri, ma anche italiani, che purtroppo caratterizza ancora il nostro mercato del lavoro. Per questo è fondamentale riaprire i termini della regolarizzazione approvata con non poche difficoltà e ostilità nel decreto Rilancio, questa volta agendo per favorire l'emersione, l'integrazione, la tutela, la legalità, semplificando la norma e velocizzandone l'attuazione. In quel testo, infatti, si prevedeva la possibilità per i lavoratori irregolari, cosiddetti invisibili, di ottenere un permesso di soggiorno temporaneo per regolarizzare la presenza nel nostro Paese senza che un datore di lavoro garantisse per loro. Una piccola grande rivoluzione. E teniamo a mente un'altra verità: più sacche di lavoro nero, clandestino, sfruttato, si annidano nel nostro mercato, più debole è anche il lavoro tutelato, perché maggiormente sottoposto a ricatto. La regolarizzazione serve a tutti, e rende la nostra democrazia più forte».

Quanto è radicato il fenomeno del caporalato in Italia?
«Lo è. E non solo nelle economie deboli meridionali. Quanto emerge con quest'ultima inchiesta della Guardia di finanza in Val di Cornia, con il coinvolgimento di tre aziende con centinaia di lavoratori, italiani e stranieri, evidenzia come non si possa considerare una dinamica criminale sporadica o marginale, obbligandoci però anche a individuare gli strumenti necessari a sostenere le imprese sane e che scelgono la via della legalità. Qui il ruolo dei consumatori è importantissimo, può fare la differenza: è essenziale riequilibrare la distribuzione del valore lungo la filiera, chiamando ad alleanza anche la distribuzione. La condizionalità sociale prevista con la nuova Politica agricola comune (Pac) è importante, uno strumento che da ministra dell'Agricoltura mi ha vista impegnata a Bruxelles in prima persona. Non è una battaglia che vinciamo da soli o solo per legge».